Il caffè tra filiera e branding: due volti della stessa tazzina

Il caffè è passato da commodity agricola a brand culturale, dove filiera, sostenibilità e comunicazione definiscono il valore quanto la miscela. Tra mito dell’espresso italiano, strategie di branding e nuovi modelli specialty, l’articolo analizza come le aziende trasformano un prodotto quotidiano in narrazione identitaria e posizionamento globale.

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19 September, 2025

Il caffè non è solo una bevanda, ma un’industria globale che intreccia agricoltura, logistica, comunicazione e cultura. Ogni tazzina racconta una catena complessa: coltivatori distribuiti in più di 70 Paesi, esportatori che concentrano il commercio in poche grandi borse, torrefattori che definiscono standard e stili, brand che costruiscono immaginari capaci di influenzare il gusto dei consumatori ben oltre il prodotto. 

In Italia, dove il rito dell’espresso è elemento identitario, il settore vale miliardi e attrae non solo colossi industriali, ma anche realtà di ricerca, torrefazioni artigianali e progetti di branding sofisticati. 

Negli ultimi anni l’attenzione si è spostata dalla semplice qualità della miscela a un concetto più ampio di trasparenza di filiera, sostenibilità ambientale e posizionamento culturale del brand. Da un lato, imprese storiche come Diemme hanno scelto di comunicare la propria evoluzione puntando sulla valorizzazione del legame tra origine e tazzina, dall’altro, nuovi brand come Le Piantagioni del Caffè hanno imposto un modello diretto al consumatore basato sulla selezione mirata di piantagioni e sulla vendita online. Il caffè è così diventato non solo esperienza sensoriale, ma anche campo di battaglia per strategie di comunicazione, posizionamento di mercato e narrazioni identitarie. 

Dalle piantagioni coloniali al mito culturale dell’espresso italiano

La storia del caffè come filiera industriale nasce nel XVII secolo, quando la pianta, originaria degli altipiani etiopi e yemeniti, venne trapiantata nelle colonie europee. Olanda, Francia e Portogallo ne fecero un prodotto strategico, imponendo modelli di coltivazioneintensiva in Indonesia, nelle Antille e soprattutto in Brasile. Quest’ultimo, grazie a un’espansione rapida e capillare, divenne già nell’Ottocento il primo esportatore mondiale, ruolo che mantiene tuttora.

Secondo l’International Coffee Organization, nel 2023 il Brasile ha prodotto circa 62 milioni di sacchi, seguito da Vietnam e Colombia.
Mentre la produzione si concentrava nei Paesi tropicali, l’Europa costruiva la propria centralità altrove: nella torrefazione, nel consumo urbano e nell’invenzione dei caffè come spazi di socialità. 
Da Vienna a Parigi, da Venezia a Trieste, i caffè diventarono luoghi di incontro intellettuale, nodi della modernità e della vita pubblica

In Italia la svolta arrivò nel Novecento con l’invenzione della macchina per espresso brevettata da Achille Gaggia nel 1938. Un gesto tecnico che trasformò il rito quotidiano. Veloce, intenso, condiviso al banco, l’espresso definì un nuovo standard culturale e fissò un’identità collettiva.
Le grandi torrefazioni italiane seppero cavalcare questa rivoluzione, unendo ricerca tecnologica e narrazione valoriale. Aziende come Illy e Lavazza crearono brand capaci di competere su scala globale, diffondendo un immaginario che ancora oggi plasma il mercato: il caffè come mito nazionale, simbolo di stile di vita, elemento identitario. 
Questo passaggio, dalla piantagione al brand, è la chiave per comprendere le strategie attuali: senza il mito dell’espresso, nessun racconto di filiera trasparente o di sostenibilità troverebbe lo stesso spazio di risonanza.

Dal caffè-commodity al cultural brand

Per secoli il caffè è stato ridotto alla dimensione di merce agricola, sottoposta alle logiche impersonali delle grandi borse internazionali. L’arabica si quotava a New York, la robusta a Londra, e i prezzi oscillavano secondo l’andamento globale dell’offerta, lasciando ai coltivatori margini minimi di sopravvivenza. Questo meccanismo ha prodotto una volatilità estrema: i dati dell’International Coffee Organization mostrano che negli ultimi vent’anni le variazioni hanno superato con frequenza il trenta per cento annuo, compromettendo la stabilità economica di interi Paesi produttori.

A mutare radicalmente lo scenario è stato l’ingresso del branding, che ha consentito a torrefattori e marchi di non offrire più soltanto una bevanda, ma un universo simbolico fatto di valori, stili di vita e appartenenze

L’Italia ha svolto un ruolo decisivo in questa metamorfosi, trasformando l’espresso in un bene culturale riconosciuto a livello internazionale e sostenuto attraverso la proposta di candidatura all’UNESCO come patrimonio immateriale. Le imprese che hanno saputo legare il prodotto a un immaginario condiviso, che fosse rituale sociale, eccellenza tecnologica o identità nazionale, hanno conquistato posizioni di leadership e consolidato la propria influenza sui mercati mondiali.

Il caffè ha smesso così di essere un prodotto indistinto e ha assunto lo statuto di brand culturale, capace di generare valore aggiunto oltre la materia prima. Oggi questo processo appare più attuale che mai: senza la costruzione simbolica che lo sorregge, il racconto della filiera, della sostenibilità e della trasparenza rimarrebbe confinato in una dimensione tecnica, incapace di incidere sulla percezione collettiva e di orientare in modo duraturo i comportamenti di consumo.

Dal prodotto alla marca: Lavazza e le prime strategie di branding del caffè

Lavazza, fondata a Torino nel 1895, fu tra le prime aziende a introdurre un sistema moderno di confezionamento e distribuzione, legando il prodotto a un’immagine riconoscibile e stabile. Già negli anni centrali del Novecento, sperimentava soluzioni che andassero oltre la pura utilità: l’Archivio Storico registra un brevetto industriale n. 29816 per latta stagnata da 2,5 kg destinata alla Miscela Lavazza, un segnale diretto della volontà di innovare anche il packaging.

La strategia del contenitore metallico va letta come un gesto di mediazione fra tecnica e visione: garantire freschezza al prodotto e al contempo conferire identità visiva. Nel corso degli anni Lavazza ha accompagnato l’evoluzione del design del caffè con un archivio che espone fotografie, schizzi e disegni originali del packaging, testimoniando come la latta non fosse solo contenitore, ma elemento narrativo del brand.

Illy: la ricerca scientifica come fondamento del premium

A Trieste, negli anni Trenta, Francesco Illy trasformò la sua torrefazione in un centro di sperimentazione tecnica e scientifica. Nel 1934 brevettò un innovativo sistema di pressurizzazione che permetteva di conservare il caffè macinato in atmosfera inerte, preservandone intatto l’aroma per lunghi periodi. Questa invenzione, riconosciuta come una pietra miliare nella storia della conservazione alimentare, segnò l’ingresso del caffè in una nuova era industriale. Per la prima volta, la freschezza non dipendeva più esclusivamente dal tempo o dalle condizioni di trasporto, ma da un processo tecnologico che garantiva costanza qualitativa e standard elevati. Il marchio Illy si posizionò così in una fascia premium, fondando la propria identità su valori di rigore, precisione e innovazione. Non era più soltanto una miscela: diventava una promessa tecnologica, un simbolo di eccellenza industriale capace di trasformare un gesto quotidiano in un lusso accessibile e certificato.

Nescafé e la modernità domestica del solubile

Quasi in contemporanea, nel 1938, Nestlé introdusse sul mercato Nescafé, il primo caffè solubile di larga diffusione. Il progetto nacque dalle ricerche del chimico svizzero Max Morgenthaler, incaricato di sviluppare un prodotto che fosse semplice da conservare, trasportare e preparare. Il risultato fu una polvere istantanea che si scioglieva in acqua calda, trasformando radicalmente il modo di consumare il caffè. Il lancio rispondeva a esigenze di modernizzazione dei consumi e incontrò particolare successo negli anni della Seconda guerra mondiale, quando l’esercito statunitense adottò Nescafé come dotazione per i soldati. Da allora, il marchio divenne sinonimo di praticità, accessibilità e diffusione globale, incarnando la promessa di un caffè moderno, universale e democratico, capace di entrare nelle case di milioni di persone.

Illy e Nescafé, pur muovendosi su traiettorie opposte, segnarono lo stesso spartiacque storico. Il primo rese il caffè un bene di fascia alta, centrato su ricerca e qualità; il secondo lo trasformò in un prodotto di massa, pratico e immediato. Entrambe le strategie mostrarono come il valore del caffè non risiedesse più soltanto nella materia prima, ma nella capacità di attribuirgli un significato culturale. Logo, design e storytelling divennero elementi determinanti nella percezione della qualità, aprendo la strada a modelli di comunicazione sempre più sofisticati. Da quel momento in poi, il caffè smise di essere solo un bene agricolo: divenne un linguaggio universale, declinato in forme differenti ma accomunate da una stessa ambizione, quella di trasformare l’esperienza di consumo in appartenenza a un mondo simbolico.

Diemme Padova: architettura di marca tra Academy e pura Italian Attitude

Fondata a Padova nel 1927, Caffè Diemme ha costruito nel tempo un posizionamento che intreccia torrefazione, formazione e retail, mettendo la filiera al centro della propria identità. Una svolta decisiva è arrivata nel 2018 con l’apertura a Padova del primo locale Caffè Diemme Italian Attitude, un format pensato per riportare il caffè al centro dell’esperienza: origini selezionate, metodi di estrazione che spaziano dall’espresso al filtro, ambienti progettati per trasformare la caffetteria in un luogo narrativo e immersivo.
A rafforzare questa visione è nata nel 2019 la Diemme Academy, luogo di formazione per professionisti e appassionati, pensata per condividere competenze, trasparenza e cultura di settore.

L’architettura di marca si esprime in più linee complementari: il segmento storico Caffè Diemme, le selezioni monorigine e speciali riunite sotto la linea Gli Speciali, e progetti dedicati come Artisti del Caffè, che enfatizzano la qualità dell’espresso come interpretazione. Attraverso il sito e i contenuti editoriali l’azienda dichiara la volontà di rendere il proprio operato accessibile, raccontando la torrefazione, gli approvvigionamenti e i processi di lavorazione.

Il format Italian Attitude, oggi diffuso in diverse città, non è solo un punto vendita ma uno strumento di posizionamento culturale: una caffetteria che diventa narrazione, in cui la trasparenza della filiera e l’esperienza del consumo coincidono.

Filiera come linguaggio: la strategia di Diemme con Idea Food e NOOO Agency

Nel settore del caffè la parola “filiera” non è più un concetto tecnico, ma un vero e proprio linguaggio di branding. Lo dimostra la collaborazione tra Caffè Diemme, storica torrefazione padovana, e Idea Food & Beverage, società milanese specializzata nel posizionamento strategico dei brand agroalimentari. Il progetto ha mirato a trasformare l’identità di Diemme da marchio tradizionale a piattaforma culturale, capace di raccontare ogni fase del ciclo produttivo: dalle piantagioni alla formazione professionale, fino al consumo finale. La comunicazione è stata concepita come un ecosistema narrativo: restyling dell’immagine coordinata, apertura di locali monomarca, sviluppo di contenuti editoriali e digitali che mettono al centro sostenibilità, tracciabilità e competenza.

Dal 2017, questa strategia è stata rafforzata dalla collaborazione con NOOO Agency, partner digitale di Idea Food. Mentre Idea ha definito la cornice strategica di riposizionamento e identità, NOOO ha tradotto la visione nel mondo web e digitale, sviluppando la presenza online di Diemme e contribuendo al progetto Diemme Italian Attitude”, la scuola di formazione certificata SCA. Questa sinergia ha permesso di integrare branding, marketing e community building in un sistema coerente, in cui la filiera non è un dettaglio tecnico ma il cuore della promessa di marca.

Le Piantagioni del Caffè: il modello specialty come identità di marca

Fondata nel 1994, Le Piantagioni del Caffè ha fatto del concetto di specialty coffee la propria cifra distintiva. L’azienda seleziona e importa caffè direttamente da singole piantagioni, visitate in prima persona, con l’obiettivo di garantire trasparenza e autenticità. La gamma si articola in tre linee: Specialty People Blends, pensata per il consumo quotidiano e accessibile a un pubblico ampio; Di Piantagione, dedicata ai caffè provenienti esclusivamente da singole aziende agricole, con schede dettagliate che raccontano terroir, varietà botaniche e metodi di lavorazione; e Dirompenti, selezioni con punteggi altissimi nelle classificazioni internazionali, concepite per rompere lo stereotipo del caffè di nicchia come elitario e “noioso”. 
Accanto alla vendita online, il brand investe in formazione, con la Disruptive Coffee School che propone corsi rivolti a baristi, torrefattori e appassionati. La comunicazione, coerente con i valori dichiarati, unisce storytelling di filiera, trasparenza scientifica e un tono pop e contemporaneo, volto a trasformare la cultura del caffè in esperienza partecipativa. Questo approccio posiziona Piantagioni come marchio di riferimento nel panorama italiano dello specialty, capace di coniugare rigore tecnico e accessibilità culturale.

La collaborazione con NOOO Agency ha segnato un salto di posizionamento: l’agenzia ha sviluppato una strategia digitale a 360°, partendo da un’analisi accurata della presenza online del brand, dei competitor e del target. Il lavoro si è concretizzato nella gestione continuativa degli account social, con contenuti capaci di comunicare identità, valori e differenziali competitivi, affiancati da campagne Google Ads e da un monitoraggio costante delle performance. L’obiettivo è stato duplice: da un lato consolidare la reputazione di Le Piantagioni del Caffè come marchio di riferimento nel segmento specialty, dall’altro rafforzarne la visibilità in un mercato in cui il branding non può prescindere da trasparenza e storytelling di filiera.

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