Future of Jobs Report: le competenze più richieste nei prossimi anni!

Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum mostra come il mercato del lavoro stia premiando sempre meno competenze specialistiche isolate e sempre più capacità cognitive, adattive e relazionali. In un contesto segnato da intelligenza artificiale, instabilità economica e transizioni sistemiche, pensiero analitico, flessibilità, leadership e creatività emergono come skill decisive per restare rilevanti nei prossimi anni.

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19 December, 2025

La mappa delle competenze professionali viene riscritta. Il lavoro contemporaneo si presenta come un mondo in evoluzione che assorbe shock tecnologici, pressioni geopolitiche, transizioni energetiche, trasformazioni demografiche. In questo ecosistema mobile, le imprese non cercano più specialisti focalizzati su singole mansioni, ma professionisti ibridi, capaci di orientarsi nelle fratture. Figure in grado di leggere dati complessi, prendere decisioni rapide, muoversi in più ambiti, gestire crisi improvvise, innovare sotto pressione. Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, le aziende di tutto il mondo stanno ridisegnando le skills in questa prospettiva. Scopriamo insieme quali sono tutte le competenze che nel prossimo futuro conteranno davvero nel mondo del lavoro.  

L’IA ridefinisce le competenze umane

La richiesta globale di nuove competenze non nasce da un’unica causa, ma da una convergenza di fattori misurabili che negli ultimi anni hanno modificato in profondità la struttura stessa del lavoro. Il Future of Jobs Report 2025 rileva che la combinazione di accelerazione tecnologica, digitalizzazione dei processi, e soprattutto l’adozione crescente di sistemi basati su intelligenza artificiale ha ridotto il peso delle mansioni ripetitive, aumentando il valore delle capacità cognitive avanzate. Questo spiega perché competenze come pensiero analitico, creatività, leadership e adattabilità risultino oggi ai primi posti nelle priorità dei datori di lavoro.

La trasformazione è resa ancora più evidente dall’instabilità economica e organizzativa. Oscillazioni dei mercati, cambiamenti improvvisi nelle supply-chain, necessità di rispondere rapidamente a nuove normative e a pressioni competitive globali costringono le aziende a cercare figure capaci di gestire complessità, riorganizzare i processi e mantenere continuità operativa anche in condizioni di incertezza. In questo scenario, resilienza e flessibilità non sono più considerate qualità accessorie, ma competenze tecniche a tutti gli effetti: strumenti indispensabili per sostenere ritmi di cambiamento sempre più serrati.

A incidere è anche la trasformazione ambientale. La transizione verso modelli più sostenibili, l’introduzione di nuovi standard energetici e le richieste di accountability legate al clima generano bisogno di ruoli con una visione più ampia dei sistemi. Questo spostamento aumenta il valore del pensiero sistemico, dell’integrazione tra discipline e della capacità di prendere decisioni consapevoli con informazioni provenienti da ambiti diversi. Il risultato complessivo è un cambio di paradigma verificabile: competenze prima considerate “soft” diventano abilità strategiche, mentre quelle tecniche richiedono sempre più una base cognitiva solida per essere davvero efficaci.

Pensiero analitico al vertice

Il World Economic Forum colloca il pensiero analitico al vertice, indicato come decisivo dal 69% delle aziende globali. Non solo capacità di leggere dati, ma di interpretare contesti, riconoscere pattern, costruire scenari attendibili anche in fasi di incertezza. Questa percentuale disegna un mutamento culturale. Il baricentro si sposta dalla mera esecuzione tecnica alla sofisticazione cognitiva, dove ciò che differenzia un professionista non è più l’abilità operativa, ma la sua capacità di leggere l’ambiente, anticiparne le fratture, guidare altri attraverso la complessità. Una trasformazione che non è un fenomeno circoscritto a un settore, a un Paese o a un cluster tecnologico. È un movimento sistemico, che investe filiere produttive, servizi, pubblica amministrazione e industrie creative.

Flessibilità al secondo posto: la competenza che regge l’instabilità strutturale

Resilienza e flessibilità, indicate come cruciali dal 67% delle aziende, non rappresentano più qualità personali, ma competenze operative centrali. La loro importanza nasce da un’evidenza misurabile: processi sempre più digitalizzati, supply-chain vulnerabili, cicli economici irregolari e continue riorganizzazioni interne richiedono lavoratori capaci di ricalibrare priorità, assorbire cambiamenti rapidi e mantenere continuità produttiva anche in condizioni di pressione elevata. Nella pratica, questa competenza si traduce nella capacità di gestire transizioni improvvise, dall’introduzione di nuovi software alla ridefinizione dei ruoli, senza perdita di efficienza.

Il valore operativo della resilienza emerge soprattutto nei contesti ibridi, in cui tempi di risposta, autonomia e autoregolazione diventano decisivi. La flessibilità, invece, misura la capacità di adattare strategie, metodi e comportamenti: significa ripensare procedure, ridefinire workflow, sostenere variazioni di obiettivo senza compromettere qualità e tempistiche. Le aziende la considerano una competenza strategica perché riduce il rischio di blocchi organizzativi e favorisce un uso più efficiente delle risorse.

Capacità di leadership al terzo posto con il 61%

La leadership, ritenuta essenziale dal 61% delle aziende, non coincide più con la capacità di impartire direttive. È diventata una competenza cruciale che integra visione, influenza e coordinamento in contesti caratterizzati da informazioni frammentate e responsabilità distribuite. Le organizzazioni richiedono figure capaci di definire priorità chiare, gestire team ibridi, facilitare il dialogo tra funzioni diverse e mantenere coerenza strategica anche quando obiettivi e condizioni operative cambiano rapidamente.

Non si tratta più di guidare con autorità, ma di creare sistemi di lavoro che funzionino anche in assenza del leader stesso. Per questo le aziende valorizzano chi sa costruire fiducia, distribuire responsabilità, prevenire conflitti e facilitare l’adozione di nuovi strumenti.

Il pensiero creativo in quarta posizione: la capacità che trasforma l’incertezza in soluzioni

Il pensiero creativo, ritenuto fondamentale dal 57% delle aziende, non riguarda più solo la generazione di idee originali. È una competenza operativa che permette di produrre soluzioni praticabili in scenari complessi, con risorse limitate e tempi compressi.

In un contesto dominato da automazione e intelligenza artificiale, la creatività non è un’attitudine astratta ma un metodo che implica il saper riprogettare processi, collegare informazioni provenienti da domini diversi, individuare alternative che riducono rischi e costi.

Il pensiero creativo è particolarmente rilevante nei settori dove la trasformazione digitale procede a ritmi elevati. Qui la capacità di concepire soluzioni nuove è direttamente correlata alla competitività. Ma è altrettanto strategico nei ruoli manageriali, dove creatività significa anche trovare modalità più efficienti per integrare strumenti, dati e persone.

Motivazione e consapevolezza di sé conquistano il 52%

La motivazione unita alla consapevolezza di sé, considerata essenziale dal 52% delle aziende, rappresenta una delle trasformazioni più rilevanti nella definizione delle competenze professionali. Non indica più “entusiasmo personale”, ma la capacità misurabile di autoregolare energia, attenzione e priorità in contesti ad alta variabilità. Le organizzazioni cercano individui capaci di mantenere continuità produttiva senza dipendere da supervisione costante, di valutare i propri limiti, di chiedere supporto quando necessario e di calibrare l’impegno in modo sostenibile.

La consapevolezza di sé è diventata un indicatore di maturità professionale che comprende la capacità di gestire lo stress, di adattare il proprio stile di lavoro alle richieste dell’ambiente e di utilizzare feedback come strumento di crescita. In contesti ibridi o completamente digitali, questa competenza diventa un asset operativo: riduce conflitti, migliora la comunicazione e favorisce decisioni più accurate.

Tra preparazione tecnologica ed empatia: ecco tutte le altre competenze fondamentali

Dopo le competenze cognitive e relazionali, la classifica del World Economic Forum mette in evidenza un secondo blocco di skill essenziali. In testa ci sono le competenze tecnologiche con il 51%. La loro centralità deriva dalla digitalizzazione pervasiva. Oggi ogni funzione aziendale, dalla produzione alla comunicazione, dalla logistica alla finanza, richiede dimestichezza con software, piattaforme, workflow digitali e sistemi automatizzati. Si tratta di un’alfabetizzazione evoluta, che va oltre l’uso degli strumenti: significa comprendere logiche, limiti e implicazioni dei sistemi digitali, anticipando problemi e integrando la tecnologia nei processi quotidiani.

Accanto alla dimensione tecnica, emergono empatia (50%) e curiosità (50%), due competenze che definiscono la qualità della relazione tra persone e sistemi. L’empatia permette di leggere bisogni, frustrazioni e aspettative di clienti e colleghi, elemento decisivo nei contesti in cui l’automazione rischia di creare distanza. La curiosità, invece, è una leva di apprendimento continuo che spinge ad aggiornare le proprie conoscenze, a sperimentare nuovi strumenti, a comprendere fenomeni emergenti. È ciò che consente ai professionisti di rimanere rilevanti mentre i linguaggi del lavoro cambiano rapidamente.

A seguire, il talent management (47%) e il customer service (47%) rappresentano la dimensione gestionale e relazionale del nuovo ecosistema produttivo. Le aziende riconoscono che la competitività dipende tanto dalla capacità di sviluppare competenze quanto dalla qualità dell’esperienza offerta agli utenti. Saper gestire persone, processi e aspettative diventa quindi una competenza strategica. Da qui la crescente importanza di AI e Big Data (45%), che trasformano informazioni frammentate in insight decisionali, permettendo di ottimizzare processi, valutare rischi e individuare opportunità prima invisibili.

Il quadro si completa con il pensiero sistemico (42%) e il management delle risorse (41%), che richiedono visione d’insieme, capacità di connettere variabili tecniche e organizzative, e gestione accurata di budget, tempi e materiali. Infine, l’attenzione ai dettagli (37%) e il controllo qualità (35%) coprono la dimensione operativa più concreta. La capacità di garantire precisione, coerenza e affidabilità in un contesto in cui anche una minima deviazione può generare inefficienze o errori significativi.

Differenze settoriali e gap italiani: come le competenze cambiano a seconda dell’industria

L’analisi delle competenze non può essere letta in modo uniforme. Ogni settore costruisce la propria strategia partendo dalle pressioni specifiche del proprio mercato. Nel comparto assicurativo e pensionistico, per esempio, l’83% delle aziende considera la curiosità e l’apprendimento continuo una competenza chiave, un valore nettamente superiore alla media globale del 50%. Questo scarto nasce dall’evoluzione dei prodotti finanziari, dalla crescente complessità regolatoria e dalla necessità di aggiornare costantemente competenze tecniche e analitiche. Nel settore mining e metal, la priorità è invece l’attenzione all’ambiente, ritenuta fondamentale dal 50% delle imprese, una percentuale che vale due volte e mezzo la media mondiale. La pressione normativa, l’impatto ambientale delle estrazioni e le nuove tecnologie di sostenibilità rendono questa competenza un asset operativo. Le telecomunicazioni, al contrario, spingono su competenze legate a design, user experience, reti e cybersecurity, elementi necessari per operare in un mercato che si regge sull’affidabilità delle infrastrutture digitali.

Il quadro italiano amplia ulteriormente questa complessità. Il divario tra ciò di cui le aziende avrebbero bisogno e ciò che le persone sanno fare oggi è pari a 2,75 punti su 7. I gap più profondi riguardano AI e produttività digitale (2,88), seguiti da leadership e comunicazione (2,85) e adattabilità e mentalità imprenditoriale (2,68). Le competenze considerate più urgenti da sviluppare riflettono la stessa direzione: problem solving complesso (80%), change management (75%), pensiero critico (70%), capacità di dare e ricevere feedback (70%), e solo al quinto posto il miglioramento dei processi con l’AI (68%). È un segnale inequivocabile: anche in un contesto dominato dalla tecnologia, le competenze umane avanzate restano il cuore competitivo su cui si gioca la capacità dell’Italia di reggere il ritmo dei mercati globali.

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