Zohran Mamdani e il linguaggio visivo di una campagna elettorale che ha conquistato New York

La campagna di Zohran Mamdani ha ridefinito i codici della comunicazione politica urbana, trasformando un outsider in un caso internazionale. Attraverso un linguaggio visivo popolare, una narrazione radicata nei quartieri e un uso autentico dei social, Mamdani ha intercettato le tensioni sociali di New York, dimostrando come estetica, cultura e politica possano fondersi in una strategia di consenso dal basso.

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02 Gennaio, 2026

In una città che da decenni incarna l’accelerazione delle disuguaglianze globali, l’ascesa di un candidato apertamente socialista segnala uno scarto culturale prima ancora che politico. Figlio di immigrati ugandesi di origine indiana e cresciuto nei quartieri popolari del Queens, Zohran Mamdani non proviene dai circuiti tradizionali del potere urbano. La sua candidatura non nasce nelle stanze del fundraising né nelle reti di influenza consolidate. Nasce per strada, nelle fratture economiche e sociali della città. Scopriamo insieme quali sono stati gli elementi vincenti, non solo politici, ma anche comunicativi, di una campagna elettorale capace di trasformarsi in un caso internazionale.

Il linguaggio delle strade

La campagna che ha spinto Zohran Mamdani verso la guida di New York nasce dal linguaggio delle strade e dalla grammatica della quotidianità urbana. È lì, nell’estetica scarna dei quartieri popolari che Forge Design e il direttore creativo Tyler Evans hanno riscritto i codici visivi del progressismo americano. Quando Mamdani ha annunciato la propria corsa alla carica di sindaco, nell’ottobre 2024, era un nome sconosciuto al di fuori del Queens. Militante dei Democratic Socialists of America, privo di una macchina elettorale tradizionale, Mamdani era un outsider con un’unica leva strategica a suo favore: l’autenticità del messaggio.

Sulla homepage della campagna compariva una sola frase, senza abbellimenti retorici né slogan generici: «Zohran Mamdani si candida per ridurre il costo della vita per i newyorchesi della classe lavoratrice». Nessuna dichiarazione di principio, nessuna astrazione ideologica. Solo un programma diretto con beni essenziali accessibili.

Il suo sostegno si è costruito tra inquilini travolti dall’esplosione degli affitti, giovani precarizzati, lavoratori essenziali rimasti ai margini della ripresa economica, comunità musulmane ed etnie minoritarie spesso invisibili nel dibattito pubblico.

In un clima di crescente disaffezione verso la politica istituzionale, quella semplicità si è rivelata una scelta decisiva e uno dei motori di un’ascesa che pochi ritenevano plausibile. La svolta che ha portato Mamdani a diventare il primo sindaco musulmano e il più giovane nella storia della città passa così dalla costruzione di un’identità visiva capace di incarnare una visione politica immediata e popolare.

Un linguaggio visivo nato dalle insegne dei negozi di quartiere

La progettazione grafica, affidata allo studio cooperativo Forge Design di Philadelphia, diretto da Aneesh Bhoopathy e Phil Ditzler, ha rappresentato un punto di rottura rispetto al lessico estetico ultra patinato delle campagne elettorali americane. Il logo, un semplice “Zohran” scritto a mano, richiama l’immediatezza delle insegne dei negozi di quartiere, più vicino alle botteghe di Harlem o del Bronx che alle composizioni levigate delle campagne presidenziali.

Bhoopathy ha volutamente ripescato la tradizione analogica dei pittori d’insegne newyorchesi, quando la tipografia era ancora un mestiere artigianale. La scelta non ha soltanto valore nostalgico. Restituisce un senso di prossimità, di politica radicata sul piano stradale, non proiettata dall’alto.

Tyler Evans, già art director per Bernie Sanders e oggi creative director per Alexandria Ocasio-Cortez, ha preso la base ideata da Forge e l’ha tradotta in un linguaggio urbano, riconoscibile e modulare, capace di abitare con la stessa forza tanto i muri della città quanto i feed digitali. Per lui, il design non è un orpello estetico, ma uno strumento per dare forma a un’idea in modo immediato e umano.

La scelta dei colori è il cuore del sistema visivo. Un arancione vibrante sul blu di contrasto, una coppia complementare che spezza i codici consolidati della comunicazione politica statunitense. In un Paese in cui il rosso identifica i Repubblicani e il blu i Democratici,l’arancione introduce una deviazione radicale. È un colore stratificato che richiama la bandiera indiana e le radici familiari di Mamdani, ma anche la materia visiva della città con i suoi taxi, le pensiline della metropolitana, le insegne dei diner, le maglie vintage dei Knicks degli anni Settanta e Novanta. È un colore vivo nella memoria collettiva dei newyorchesi, familiare ma non usurato dalla retorica politica, popolare senza scadere nel pittoresco. Il blu che lo accompagna, nella tonalità delle uniformi dei Mets, ne accentua l’identità locale.

L’insieme produce una palette distante dal patriottismo stilizzato che domina molte campagne progressiste contemporanee. Una grafica che non imita il potere, ma la città disordinata, viscerale e quotidiana. Ed è proprio in questa aderenza al reale che la campagna di Mamdani ha trovato la sua forza più sorprendente: trasformare un candidato dato all’1% nei sondaggi in un simbolo di rinnovamento urbano, capace di battere il democratico uscente Andrew Cuomo e di ridefinire la grammatica del consenso nell’America delle metropoli.

Come nasce un outsider politico

La forza della campagna di Zohran Mamdani affonda le radici nella sua biografia. Nato a Kampala nel 1991 da genitori di origine indiana fuggiti dal regime di Idi Amin, arriva negli Stati Uniti da bambino. Cresce nel Queens, uno dei distretti più eterogenei e più poveri di New York, dove l’accesso ai servizi, la pressione degli affitti e il costo della vita segnano in modo netto la quotidianità delle famiglie migranti. È in questo ambiente che Mamdani forma la propria sensibilità politica come risposta a un territorio che sperimenta disuguaglianze profonde.

Prima di entrare in politica, lavora come organizzatore di comunità dove si occupa di affitti insostenibili, tutela degli inquilini, mobilità per i lavoratori e campagne per difendere i quartieri dall’espulsione immobiliare.

Nel 2020 viene eletto nell’Assemblea dello Stato di New York, rappresentando il distretto 36, composto in larga parte da lavoratori a basso reddito e inquilini in lotta contro la gentrificazione.

Mamdani inizia così a costruire la sua campagna con attività “porta a porta”, assemblee di quartiere, coalizioni sindacali. Nessun contributo da lobby immobiliari o corporate donors.

Il voto degli under 30 e la forza dei social

La vittoria di Zohran Mamdani si è intrecciata con il ritorno delle nuove generazioni al voto locale, spinte da problemi materiali che attraversano la loro vita quotidiana, tra caro affitti, difficoltà nei trasporti, costo della vita e debito studentesco. Nelle elezioni municipali del 2025, la partecipazione degli under 30 ha registrato un incremento significativo rispetto alle precedenti tornate, e una larga maggioranza di questi voti si è orientata verso Mamdani.

La campagna ha intercettato le nuove generazioni attraverso un lavoro sistematico sulle piattaforme in cui si informano, discutono e costruiscono il proprio immaginario politico: TikTok, Instagram e X. Qui la comunicazione non è stata veicolo promozionale, ma un linguaggio pienamente integrato nella cultura digitale e privo di formalismi. Video brevi in prima persona, spiegazioni dirette dei programmi, grafiche riconoscibili e replicabili hanno creato un ambiente comunicativo dove il messaggio poteva circolare in modo organico tra i più giovani.

Artisti locali, creativi, creator e pagine legate alla scena rap del Queens hanno amplificato spontaneamente immagini, slogan e clip della campagna, trasformandoli in elementi dell’immaginario collettivo.

Per molti under 30, Mamdani è apparso come un interprete credibile delle loro tensioni economiche e sociali. La forza della sua campagna non è stata quella di “parlare ai giovani”, operazione spesso costruita a tavolino, ma di condividere i loro stessi problemi e persino background.

La prima campagna elettorale con “colonna sonora” rap

Anche la dimensione sonora della campagna, dalle tracce musicali ai balli improvvisati dal vivo o ripresi nei video sui social, ha contribuito a definire un’identità immediatamente riconoscibile attorno alla figura di Zohran Mamdani. Il ritmo è diventato un modo per evocare appartenenza, richiamare un orizzonte familiare e avvicinarsi alle culture che attraversano quotidianamente la metropoli. L’hip-hop, in particolare, ha funzionato come asse simbolico, un genere che da sempre racconta fratture urbane, aspirazioni collettive e orgoglio di quartiere.

In alcune interviste, Mamdani avrebbe indicato il rap come modello non soltanto estetico ma comunicativo, valorizzandone la natura narrativa più che musicale. Per lui, la musica non è stata solo un jingle, ma anche un linguaggio culturale capace di esprimere le radici multiculturali della città.

Durante gli eventi pubblici, ha adottato un registro corporeo distante dalla ritualità politica tradizionale, con video e fotografie che lo mostrano mentre si muove sul palco, balla e interagisce con il ritmo dei brani scelti per gli incontri. Questa grammatica performativa ha rafforzato l’immagine di un candidato lontano dalla politica codificata. Il volto di un movimento sociale, più che una candidatura individuale. Alcuni media internazionali hanno letto questa rottura come un segnale di risveglio collettivo, una risposta al cinismo che da anni permea la scena pubblica statunitense.

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