Un milione di ragazze ucciderebbe (ancora) per questo lavoro? Che cosa è cambiato vent’anni dopo "Il Diavolo veste Prada"

Il film, tratto dal romanzo di Lauren Weisberger, non inventava nulla. Fotografava una verità che la cultura aziendale occidentale aveva già interiorizzato.

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25 Settembre, 2025

Nel 2006 Il Diavolo veste Prada portava sullo schermo il tema dell’ambizione con la sua crudeltà. Era l’epoca in cui il Dream-Job diventava una religione dell’apparenza. Uffici da cui si usciva dopo le dieci di sera, notti spese per inseguire una scadenza, e la paura costante di non essere abbastanza forti, magre o brillanti per meritare quel posto.
Il film, tratto dal romanzo di Lauren Weisberger, non inventava nulla. Fotografava una verità che la cultura aziendale occidentale aveva già interiorizzato: la devozione come misura del talento, la fatica come condizione di appartenenza, e una precisa estetica come strumento di selezione sociale. Nel frattempo, Miranda e Andy tornano sul set. 
Proprio in queste settimane si girano in Italia alcune sequenze del sequel, prodotto da Disney, e non mancano già le prime voci critiche: comparse che lamentano compensi bassi e turni lunghi, a conferma che il sogno e la realtà continuano a sfiorarsi nello stesso punto di frizione. Vent’anni dopo, viene spontaneo chiedersi se quel mito sia cambiato o se, come Miranda, abbia semplicemente cambiato abito per restare identico a sé stesso.

Il mito della vocazione: come nasce la “religione del lavoro” nel Fashion System

L’ossessione per l’onnipresenza e la perfezione visiva oggi si è in parte spostata dagli open space ai feed digitali. La performance è diventata linguaggio comune, la reperibilità un dovere morale. Secondo l’ultimo rapporto People at Work 2024 dell’ADP Research Institute, oltre la metà dei lavoratori globali si dichiara “sotto pressione costante” nel tentativo di dimostrare motivazione e passione, anche quando queste sono esaurite.
Nel mondo della moda, la cultura del sacrificio non nasce con Il Diavolo veste Prada, ma è il prodotto di una lunga genealogia estetica e industriale. 
È negli anni ’80, con l’esplosione delle riviste patinate e la globalizzazione dei marchi, che il lavoro editoriale e creativo assume i tratti di una vocazione. La redazione non è più solo luogo di produzione di contenuti, ma un palcoscenico identitario. L’affermazione professionale coincide con la visibilità, e il talento è misurato in ore di presenza e capacità di sopportazione. 

Aesthetic Labour: la prestazione estetica per incarnare il brand

Uno studio pubblicato su Work, Employment & Society evidenzia come l’industria della moda e del lusso sia stata tra le prime a codificare il lavoro come atto performativo, dove il capitale simbolico relativo a gusto, stile, rete sociale, vale quanto o più del salario. È ciò che la sociologia del lavoro definisce aesthetic labour: la prestazione estetica richiesta non solo al prodotto ma anche al corpo e al comportamento di chi lavora. Sorridere, essere impeccabili. In altre parole: incarnare il brand.

Secondo Eurostat, tra il 1995 e il 2020 l’occupazione femminile nei settori “creativi e culturali” in Europa è aumentata del 37 %, ma con contratti mediamente più precari del 20 % rispetto ad altri comparti industriali. In Italia, si stima che il 65 % delle professioni legate alla moda rientri nelle categorie a medio-basso reddito, pur essendo tra le più qualificate in termini di competenze artistiche e digitali.

La “vocazione”, in questo contesto, diventa dispositivo di controllo: interiorizzare l’idea che la passione giustifichi tutto significa accettare orari infiniti, compensi in visibilità e un’eterna disponibilità al sacrificio. È la stessa logica che Il Diavolo veste Prada portava all’estremo con la figura della direttrice infallibile, simbolo di un potere estetizzato che trasforma la subordinazione in rito di iniziazione. Da allora, quella narrazione non si è dissolta: è stata assorbita dal linguaggio delle start-up, dal lessico del dream job delle carriere creative, dove il confine tra arte e alienazione è sottilissimo.

Dal glamour alla precarietà: anatomia del lavoro dietro le passerelle

«Un milione di ragazze ucciderebbe per questo lavoro»: la frase simbolo del film, pronunciata da Emily nel tentativo di convincere la nuova assistente Andy a non lamentarsi, suona oggi come un’eco disturbante. Perché quel “lavoro dei sogni”, fatto di tessuti pregiati, eventi esclusivi e caffè serviti con deferenza, nasconde una realtà industriale che raramente coincide con l’immaginario. 
Nel 2024 il Fashion Transparency Index, ha analizzato 250 tra i più grandi brand globali del settore moda, rilevando un punteggio medio di trasparenza del 26 %. Solo una minoranza dei marchi fornisce informazioni complete sulle condizioni di lavoro nella propria filiera, a conferma di un settore che comunica più le intenzioni che azioni pratiche. Le altre restano opache, pur dichiarando impegni etici nei bilanci di sostenibilità.
Dietro le sfilate, i red carpet e i comunicati stampa levigati, la quotidianità dei lavoratori del settore è infatti segnata da precarietà e turni imprevedibili. 

Il «That’s all» di Miranda: la frase che ha insegnato a obbedire con stile

In Italia, il 68 % delle assunzioni nel comparto moda avviene con contratti a termine; solo il 18 % a tempo indeterminato. Nel comparto editoriale di moda, i freelance rappresentano ormai la maggioranza: l’Ordine dei Giornalisti stima che oltre il 60 % dei collaboratori nel settore lifestyle percepisca compensi inferiori a 5.000 euro annui.
Le “ragazze che ucciderebbero per questo lavoro” sono oggi giovani professioniste che accettano stage non retribuiti, orari indefiniti, disponibilità totale. Lo status symbol non è più la borsa griffata, ma la survivorship: la capacità di resistere, di apparire lucide dopo settimane di shooting ininterrotti, scadenze serrate e orari estremi.
Il culto dell’abnegazione è diventato una prassi dove velocità e reperibilità continua è un dovere implicito. 
Le parole che nel film scandivano la ferocia ironica di Miranda: «Questo è tutto!», pronunciate dopo una richiesta impossibile fatta ad Andy, oggi suonano meno come una battuta e più come un monito sistemico.

L’estetica del burnout

Nel 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito il burnout nella classificazione ICD-11 come “fenomeno occupazionale” derivante da stress cronico non gestito sul lavoro. Secondo l’APA Work in America Survey 2023, il 77 % dei lavoratori statunitensi ha sperimentato almeno un sintomo di burnout, con picchi nei settori creativi, comunicazione e retail moda. 

A livello globale, il report McKinsey – State of Fashion 2024 conferma che il 40 % dei professionisti del fashion dichiara livelli elevati di stress e affaticamento mentale, in crescita rispetto al 2022.Nelle aziende del lusso e nei reparti creativi, l’efficienza resta metrica di status: ore extra, reperibilità costante, visibilità come forma di presenza. È la traduzione reale di una cultura estetica che premia l’iper-disponibilità, un’eredità diretta del sacrificio che Il Diavolo veste Prada ha reso simbolo pop. Oggi, però, dietro la patina glamour, l’industria mostra segni di esaurimento collettivo. Creatività in calo, turnover da record, e dimissioni volontarie in crescita. Il sacrificio estetizzato non è più virtù, è il sintomo conclamato di un sistema che consuma le sue migliori energie per restare in piedi sotto i riflettori.

Il “potere che non si discute” sta cambiando?

Dopo il 2017, il movimento #MeToo ha scosso anche il fashion system che ha dovuto confrontarsi con denunce di abusi che hanno scardinato l’aura d’impunità di molti set. Nel 2018, a seguito di un’inchiesta riportata da Vogue, due fotografi di fama sono stati accusati di condotte inappropriate.
Condé Nast ha comunicato che non avrebbe più commissionato loro nuovi lavori, avviando una revisione delle pratiche di sicurezza. 
Nello stesso clima, il CFDA e la Model Alliance hanno sostenuto misure concrete alla New York Fashion Week: per la prima volta sono state previste aree di cambio private per le modelle, come riportato da un articolo su TIME.
Sul versante sistemico, l’ILO ha pubblicato nel 2022 il primo studio globale comparabile su violenza e molestie nel lavoro: oltre 1 persona su 5 riferisce di averle sperimentate nel corso della vita lavorativa, con maggiore esposizione per le donne. In Europa, l’indice EIGE 2023 colloca l’Italia a 68,2/100 (sotto la media UE di 71) nell’uguaglianza di genere, segnalando margini di miglioramento nella dimensione “lavoro”. Nel frattempo, i grandi editori hanno introdotto codici di condotta che fissano standard su età minima, privacy e consenso sui set.
La leadership carismatica resta un fattore critico: quando il potere coincide con l’accesso alla carriera, il dissenso si fa raro. Ma la combinazione di policy vincolanti, standard di set più sicuri e pressione pubblica sta trasformando il perimetro della tollerabilità.

Ritorno al reale: lavoro, etica e immaginario nella moda contemporanea

Dopo anni di storytelling aspirazionale, il fashion system sembra riscoprire il valore del reale. I dati di McKinsey – The State of Fashion 2024 mostrano che il 67 % dei consumatori della Generazione Z dichiara di preferire brand che dimostrano “autenticità e responsabilità verso i lavoratori”. Il trend si riflette nei programmi interni delle grandi maison. Kering ha avviato programmi dedicati alle donne nelle filiere della moda, in particolare in Italia, dove ha condotto uno studio su 189 fornitori e 880 lavoratori per analizzare condizioni, salari e opportunità di carriera
Parallelamente, cresce il numero di aziende che collegano il benessere creativo alla produttività. Prada ha introdotto, nel suo Sustainability Report, un sistema di monitoraggio delle ore lavorative e di formazione sulla salute mentale; mentre Valentino ha pubblicato un codice etico che integra clausole specifiche su work-life balance e sicurezza. I brand italiani registrano un punteggio medio di 27/100 sulla trasparenza sociale: in aumento di 5 punti rispetto all’anno precedente, ma ancora insufficiente a garantire reale accountability.
Dietro la retorica del “care” si intravede un doppio movimento: da un lato un tentativo di riforma etica, dall’altro una nuova estetica della responsabilità. Il lavoro diventa parte della narrazione di marca, e il benessere, dopo anni di culto della fatica, torna lentamente a essere un valore, ma anche, inevitabilmente, un prodotto da comunicare.

Uccideremmo ancora per questo lavoro?

Nel finale de Il Diavolo veste Prada, Andy getta il cellulare nella fontana di Place de la Concorde. È un gesto simbolico: il rifiuto di un sistema dove il successo coincide con l’annientamento di sé. Vent’anni dopo, quella scena conserva una potenza quasi documentaria. La cultura della moda e del lavoro creativo continua a oscillare tra seduzione e logoramento, ma le nuove generazioni, cresciute nel culto dell’efficienza, iniziano a riconoscere il prezzo nascosto del mito.
La principale sfida per il settore non è più la crescita, ma la tenuta psicologica dei suoi professionisti. Lo stress, la pressione competitiva e la difficoltà di mantenere un equilibrio tra vita e lavoro hanno sostituito la fame di riconoscimento come cifra del tempo. Il sogno patinato delle redazioni e delle sfilate è diventato un modello globale di produttività estetizzata: connessione perpetua, creatività misurata in metriche, disponibilità come valore morale.
Nel film, dopo l’addio di Andy, Miranda Priestly chiude la portiera dell’auto e lo sguardo resta lucido, impenetrabile, attraversato appena da un’ombra di rimorso. È il potere che sopravvive al proprio disincanto, mentre, per la prima volta, qualcosa comincia a incrinarsi.


Articolo a cura di Ilaria De Togni

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