Formazione digitale: colmare il digital divide partendo dalla scuola

Il divario digitale nella scuola italiana non riguarda la tecnologia, ma la formazione dei docenti. A fronte di investimenti in infrastrutture e policy, le competenze digitali restano frammentarie e disomogenee, limitando l’impatto reale dell’innovazione didattica. Attraverso dati nazionali ed europei e il confronto con modelli internazionali più avanzati, l’articolo evidenzia come la transizione digitale sia prima di tutto una sfida culturale e professionale. Senza una formazione strutturata e continua degli insegnanti, il digitale rischia di restare una promessa incompiuta del sistema educativo.

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22 Settembre, 2025

Il divario digitale non è una distanza tecnologica, è una frattura formativa. In Italia, dove ogni anno si moltiplicano le policy per digitalizzare la didattica, migliaia di docenti non possiedono ancora le competenze minime per gestire ambienti di apprendimento digitali evoluti. I laboratori STEM, le aule immersive, le piattaforme LMS restano strumenti inerti se chi li deve attivare non è in grado di farlo. Eppure, mentre si finanziano device e infrastrutture, si continua a sottovalutare il punto critico: chi educa è stato preparato per formare nel digitale?
Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), solo il 34% degli insegnanti italiani ha ricevuto una formazione strutturata sull’uso pedagogico delle tecnologie negli ultimi cinque anni. Nelle scuole secondarie il dato migliora leggermente, ma non supera il 43%. 
Il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), pur avendo stanziato risorse significative, ha prodotto discontinuità territoriali e un impatto frammentario: i formatori non sono mai diventati una figura sistemica, e la didattica digitale resta più una retorica istituzionale che una pratica quotidiana.

Dalla connessione alle competenze: il contesto europeo 

In Europa, la strategia Digital Decade 2030 promossa dalla Commissione Europea non lascia spazio a interpretazioni: entro il 2030, almeno l’80 % della popolazione adulta dovrà possedere competenze digitali di base, e 20 milioni di specialisti ICT dovranno essere operativi nel continente. Una roadmap chiara che mira a trasformare radicalmente il tessuto digitale europeo, agendo su quattro direttrici – competenze, imprese, infrastrutture e servizi pubblici – per accompagnare l’Unione in un salto strutturale verso una società connessa, inclusiva e competente. Tuttavia, la fotografia attuale restituisce un divario preoccupante: secondo Eurostat, solo il 55,6 % della popolazione europea ha finora raggiunto il livello minimo richiesto, mentre in Italia la percentuale si ferma al 45,8 %.

In Italia la transizione digitale è una sfida generazionale

Nel contesto scolastico italiano, il problema si acuisce. L’OCSE ha rilevato che la partecipazione alla formazione in servizio è alta (94 %), ma spesso frammentata: soltanto il 23 % dei docenti si aggiorna con cadenza mensile, a fronte di una media OCSE del 28 %. A complicare il quadro, il dato anagrafico: quasi la metà degli insegnanti italiani (48 %) ha più di 50 anni, un elemento che rende la transizione digitale una sfida anche di tipo generazionale, dove la tecnologia incontra resistenze culturali e pratiche sedimentate. In questo scenario, la strategia europea non è solo un obiettivo politico: diventa una misura di sostenibilità del sistema educativo stesso.

Integrare le competenze digitali nei percorsi professionali e nei concorsi

Non mancano tuttavia segnali di svolta nel panorama formativo italiano. Le misure previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), in sinergia con la strategia europea Digital Education Action Plan e il framework DigCompEdu, delineano un nuovo standard per la professionalità docente nell’era digitale. L’approccio non si limita a fornire infrastrutture o device, ma mira a costruire una cultura digitale pedagogicamente solida, capace di integrare tecnologia e didattica in modo strutturale.

Il modello europeo DigCompEdu, adottato come riferimento dal Ministero dell’Istruzione nelle linee guida per la formazione continua, propone un articolato sistema di competenze per insegnanti in sei aree chiave, dalla gestione delle risorse digitali all’empowerment degli studenti. Proprio su questo impianto teorico si fondano molte delle attività di aggiornamento avviate in questi mesi attraverso bandi PNRR, con percorsi formativi mirati a consolidare le competenze digitali nei concorsi e nelle carriere scolastiche.

Parallelamente, in diversi istituti – soprattutto nelle regioni del Sud e nel Nord-Est – stanno prendendo forma progetti sperimentali che esplorano l’uso dell’intelligenza artificiale e della realtà aumentata nella didattica quotidiana, spesso in collaborazione con enti di ricerca e aziende tecnologiche. È sulla convergenza tra scuola, impresa e territorio che si gioca una delle partite più decisive per la trasformazione del sistema educativo: non più formazione verticale e isolata, ma ecosistemi connessi e interdisciplinari. Una sfida ambiziosa, ma già in atto.


Cooperazione europea: progetti condivisi che formano gli educatori

Nel panorama europeo, le esperienze di formazione digitale per docenti si stanno consolidando attraverso iniziative strutturate, collaborative e sostenute da organismi istituzionali. Tra queste, eTwinning, piattaforma ufficiale della Commissione Europea integrata nel programma Erasmus+, rappresenta uno dei modelli più longevi e scalabili. Attiva dal 2005, offre uno spazio digitale sicuro dove migliaia di insegnanti da tutta Europa collaborano quotidianamente a progetti educativi transnazionali, migliorando non solo le competenze digitali, ma anche quelle interculturali e metodologiche. La sua efficacia non risiede solo nei contenuti, ma nell’architettura reticolare che promuove: una vera comunità professionale europea in cui il confronto tra pari è parte integrante del processo formativo.

Accanto a eTwinning, si colloca DigiEduHack, un’iniziativa promossa dalla Commissione Europea nell’ambito del Digital Education Action Plan. Il formato è quello dell’hackathon diffuso: eventi simultanei in tutto il continente in cui docenti, studenti, università e comunità locali collaborano alla creazione di soluzioni digitali per l’educazione. L’obiettivo non è solo proporre strumenti, ma generare un approccio progettuale condiviso, che favorisca la sperimentazione responsabile e interdisciplinare.

Infine, la rete European Schoolnet – che riunisce 26 Ministeri dell’Istruzione europei – coordina il Future Classroom Lab di Bruxelles. Attivo dal 2012, questo laboratorio sperimentale accoglie insegnanti da tutta Europa per testare metodologie emergenti e strumenti digitali avanzati: dall’intelligenza artificiale alla realtà aumentata, dalla robotica educativa alla configurazione modulare degli spazi didattici. Non si tratta di semplici corsi, ma di ambienti immersivi in cui l’innovazione è osservata, misurata e trasferita nella didattica quotidiana.

Insieme, queste esperienze delineano un ecosistema formativo fluido e interconnesso, dove la tecnologia smette di essere una competenza accessoria e diventa linguaggio e metodo didattico. Un sistema in cui l’insegnante non è utente, ma co-progettista dell’educazione digitale.


Tecnologie educative e futuro del lavoro: perché formare i docenti digitali è un’urgenza sistemica

Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, l’integrazione di tecnologie come intelligenza artificiale, big data e automazione sta già trasformando radicalmente il mercato del lavoro.

Si prevede la creazione di circa 170 milioni di nuovi posti entro il 2030, ma anche la perdita di almeno 92 milioni. Questi cambiamenti esigono competenze digitali avanzate, tra cui l’analisi dei dati, la cybersecurity, la capacità di apprendimento continuo e il pensiero creativo.

In questo scenario, il sistema educativo ha una funzione decisiva nel preparare cittadini consapevoli, ma può farlo solo se gli insegnanti padroneggiano questi strumenti e sanno trasferirli efficacemente.
Lo studio Teaching for the Future dell’OCSE mostra come molte scuole di alto rendimento stiano già formando docenti in grado di progettare con il digitale, integrando nei curricoli approcci alla data literacy e al problem solving computazionale. Non basta usare una piattaforma: è necessario comprendere i processi, modularli, saperli adattare ai contesti educativi. La mancanza di percorsi strutturati impedisce a gran parte del corpo docente di evolversi, generando un divario crescente tra scuola e società.
Un’ulteriore indagine condotta in sei Paesi ha dimostrato che la predisposizione degli insegnanti ad adottare strumenti di intelligenza artificiale dipende meno dall’età e più dal livello di familiarità e confidenza con le tecnologie. Questo significa che servono percorsi mirati, non generici, capaci di costruire competenza tecnica e spirito critico insieme.
Infine, l’OCSE evidenzia il rischio più profondo: ridurre la trasformazione digitale a una semplice digitalizzazione della didattica tradizionale. Al contrario, la formazione dovrebbe promuovere un’educazione progettuale, cooperativa, legata al lifelong learning e alla costruzione di una vera learning society.

Italia e modelli top performer: un confronto tra continuità e sperimentazione

Il raffronto tra Italia e nazioni leader in educazione digitale – Finlandia, Singapore, Estonia – non è uno scontro impari, ma un’occasione per valorizzare le migliori pratiche e colmare il gap sistemico. In Finlandia, la formazione continua dei docenti è un pilastro del sistema: ogni insegnante partecipa a un minimo di 10 giornate all’anno in percorsi dedicati all’innovazione educativa, incentrati su progettazione digitale e pedagogie collaborative. Questo approccio ha generato ecosistemi scolastici dove la tecnologia non è un’aggiunta, ma una componente strutturale della didattica.

In Estonia, si è adottato un modello molto concreto: un corso di certificazione nazionale per i docenti sulla digital competence è requisito per accedere a mansioni di coordinamento, compresa la gestione di moduli scolastici ICT. Singapore, all’avanguardia nell’integrazione tra tecnologia e formazione, utilizza Learning Designers – figure ibride tra insegnanti, designer e tecnologi – con l’incarico di condurre progetti di innovazione educativa, co-progettati da comunità scolastiche e aziende tech.

In Italia, accanto a criticità storiche come la scarsa sistematicità formativa, emergono segnali promettenti. Alcune scuole hanno istituito figure interne come i “Digital Champion” o “Referenti Tecnologici”, capaci di supportare colleghi e studenti sull’uso didattico delle tecnologie. In alcune province, reti di istituti sperimentano modelli misti: corsi blended certificati con agenzie formative e università, affiancati da pratiche in classe su coding e problem solving. Ma permane la sfida di trasformare queste buone pratiche in standard diffusi.

In definitiva, l’Italia non parte da zero: ha materia grezza di qualità su cui costruire una roadmap nazionale più coerente e sostenibile. Il confronto con le esperienze top evidenzia due direttrici di sviluppo: formalizzare le competenze digitali come struttura organizzativa e abilitare figure interne capillari in ogni scuola, come fanno Finlandia e Singapore.

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