Videogiochi e creatività: la Gen Z tra stimolo continuo e pensiero profondo

I videogiochi non influenzano solo il tempo che passiamo a giocare, ma il modo in cui pensiamo, apprendiamo e creiamo. Tra ricompense rapide, feedback costanti e attenzione frammentata, la creatività della Gen Z non scompare: si trasforma in qualcosa di più adattivo, veloce e reattivo.

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20 January, 2026

Nel corso di poco più di trent’anni, il videogioco è passato da esperienza cognitiva intermittente a sistema di stimolazione continua.

Non è cambiata solo la grafica o la potenza di calcolo, è cambiata la logica neuro cognitiva che governa l’atto stesso del giocare. I titoli degli anni Novanta e Duemila richiedevano memoria di lavoro, apprendimento per tentativi ed errori, pianificazione spaziale, gestione della frustrazione e tempi lunghi di immersione attentiva. I videogiochi contemporanei, soprattutto quelli cresciuti insieme alla Gen Z, sono invece progettati attorno a cicli rapidi di ricompensa, progressioni guidate, feedback immediati e meccanismi di engagement continuo.

Questa trasformazione non è neutra. Studi neuroscientifici e psicologici evidenziano come l’architettura degli stimoli digitali influenzi lo sviluppo dell’attenzione, la capacità di sostenere la complessità e il modo in cui il cervello associa sforzo, piacere e motivazione.

La creatività, che dipende proprio da attenzione profonda, tolleranza alla noia e capacità di esplorazione autonoma, sta risentendo di questi cambiamenti?

Quando il videogioco era palestra cognitiva

I videogiochi sviluppati tra la fine degli anni Settanta e gli anni Novanta nascono in un contesto di forti vincoli tecnologici. Memoria limitata, assenza di salvataggi frequenti, interfacce essenziali, intelligenze artificiali rudimentali. Questi limiti non riducevano la complessità dell’esperienza, ma la spostavano interamente sul piano cognitivo del giocatore. Superare un livello significava apprendere schemi, memorizzare sequenze, riconoscere pattern ricorrenti e pianificare azioni future senza alcun supporto esterno.

Ricerche retrospettive in psicologia cognitiva e neuroscienze indicano che giochi basati su tentativi ed errori, con difficoltà crescente e feedback ritardato, attivano in modo significativo la memoria di lavoro, il controllo esecutivo e la capacità di problem solving. Nei platform, negli adventure e nei primi giochi strategici, l’assenza di tutorial espliciti obbligava il giocatore a costruire modelli mentali autonomi del sistema di gioco, un processo assimilabile all’apprendimento esplorativo studiato in ambito educativo.

Dati storici sull’industria mostrano inoltre che la durata media delle sessioni di gioco era più frammentata ma cognitivamente densa con pochi stimoli, nessuna notifica esterna, nessuna economia interna basata su ricompense frequenti. La frustrazione non era mitigata, ma faceva parte dell’esperienza. Questo tipo di esposizione ripetuta alla difficoltà è oggi riconosciuto come un fattore chiave nello sviluppo della perseveranza cognitiva e della flessibilità strategica, due componenti centrali dei processi creativi complessi.

Il modello “attenzione continua” che crea dipendenza

A partire dai primi anni 2000, il videogioco entra in una fase di trasformazione strutturale che non riguarda solo la tecnologia, ma il suo modello cognitivo e industriale. L’espansione del mercato globale, l’ingresso di publisher multinazionali e, successivamente, la diffusione di piattaforme online e mobile spostano l’obiettivo principale del game design. Non più soltanto creare una sfida da superare, ma massimizzare il tempo di permanenza del giocatore all’interno del sistema. È in questo periodo che si affermano progressioni guidate, sistemi di ricompensa frequente, tutorial permanenti e curve di difficoltà adattive.

La letteratura scientifica sul comportamento digitale documenta come questi meccanismi si basino su principi noti della psicologia comportamentale, in particolare sui programmi di rinforzo variabile. Ricompense imprevedibili, obiettivi a breve termine e feedback costanti aumentano la probabilità di ripetizione del comportamento, riducendo la necessità di pianificazione a lungo raggio. Nel videogioco, questo si traduce in missioni brevi, premi giornalieri, sbloccaggi progressivi e notifiche interne che orientano l’attenzione senza richiedere esplorazione autonoma.

Parallelamente, i dati di settore mostrano una crescita significativa dei modelli free-to-play e live service, che legano il successo economico alla continuità dell’engagement più che alla profondità dell’esperienza. Questo passaggio ha conseguenze cognitive rilevanti: l’attenzione viene frammentata in micro-unità, la frustrazione è sistematicamente ridotta, l’errore è compensato da aiuti automatici. Studi su apprendimento e motivazione indicano che, in ambienti così strutturati, diminuisce l’esposizione allo sforzo cognitivo prolungato, una delle condizioni necessarie per lo sviluppo di processi creativi complessi e non lineari.

Gamers a confronto: Millennials vs Gen Z

Le differenze tra chi è cresciuto con i videogiochi degli anni Novanta e chi appartiene alla Gen-Z non sono riconducibili solo a una generica “capacità di attenzione”, ma a modalità differenti di organizzazione cognitiva. Studi neuroscientifici longitudinali e comparativi indicano che l’esposizione precoce a contesti digitali ad alta stimolazione influenza il modo in cui il cervello alloca le risorse attentive, gestisce la ricompensa e tollera l’assenza di stimoli. Nei soggetti cresciuti in ambienti digitali intermittenti, tipici degli anni ’90, l’attenzione tende a essere più sostenuta e meno dipendente da feedback immediati. Nei nativi digitali, l’attenzione è spesso più rapida, selettiva e orientata al multitasking.

Ricerche basate su neuroimaging mostrano differenze nell’attivazione delle reti fronto-parietali, coinvolte nel controllo esecutivo, e del sistema dopaminergico, associato alla motivazione e all’anticipazione della ricompensa. Nei contesti ludici moderni, caratterizzati da rinforzi frequenti e stimoli visivi costanti, il cervello impara a privilegiare cicli brevi di gratificazione, riducendo il tempo medio di permanenza su compiti cognitivamente onerosi. Questo non implica una minore intelligenza o creatività, ma una diversa configurazione funzionale: più orientata alla risposta rapida che all’elaborazione profonda.

Sul piano creativo, le evidenze indicano una distinzione rilevante. La creatività associata a chi è cresciuto con videogiochi a progressione lenta tende a manifestarsi in forme di problem solving esteso, world-building e narrazione complessa. Nei gamer della Gen-Z emergono invece competenze creative più frammentarie ma adattive. Remix, iterazione rapida, manipolazione simultanea di più stimoli. Due modelli creativi diversi, plasmati da ambienti cognitivi radicalmente differenti, che richiedono strumenti di lettura e valutazione altrettanto distinti.

Creatività estensiva e creatività adattiva

La relazione tra videogiochi e creatività non è univoca, ma dipende strettamente dalla struttura cognitiva dell’esperienza ludica. La ricerca in ambito psicologico ed educativo distingue tra creatività estensiva, legata alla capacità di sviluppare soluzioni complesse nel tempo, e creatività adattiva, fondata su combinazione rapida, variazione e risposta immediata agli stimoli.

I videogiochi degli anni ’90 favorivano prevalentemente la prima: mondi limitati ma coerenti, regole rigide, assenza di scorciatoie costringevano il giocatore a costruire strategie personali, spesso dopo numerosi fallimenti. Questo tipo di allenamento cognitivo è associato allo sviluppo del pensiero divergente profondo e della capacità di mantenere una visione progettuale di lungo periodo.

Il remix rende più reattivi?

Studi sperimentali mostrano che attività ludiche basate su esplorazione autonoma, problem solving non guidato e obiettivi differiti migliorano la capacità di trasferire competenze creative a contesti esterni, come la scrittura, il design o la risoluzione di problemi complessi. Al contrario, molti giochi contemporanei privilegiano un modello creativo diverso: ambienti aperti ma fortemente assistiti, strumenti preconfigurati, possibilità di modificare e ricombinare elementi esistenti senza attraversare fasi prolungate di incertezza. È il paradigma del remix, che non elimina la creatività ma la rende più reattiva e meno cumulativa.

Le evidenze indicano che la Gen Z manifesta competenze creative elevate in contesti che richiedono velocità, contaminazione di linguaggi e adattamento continuo, come produzione audiovisiva breve, modding leggero, creazione di contenuti digitali immediati. Tuttavia, in assenza di esperienze che richiedano concentrazione prolungata e gestione autonoma della difficoltà, risulta meno frequente l’emergere di processi creativi lenti e stratificati. Non si tratta di una perdita, ma di una specializzazione cognitiva indotta dall’ambiente ludico e culturale di riferimento.

Quando il game design modella la capacità di attenzione

L’analisi dei casi studio consente di osservare in modo concreto come specifiche scelte di game design producano effetti cognitivi differenti. Uno degli esempi più citati è Minecraft, spesso indicato come eccezione all’interno dell’ecosistema di gioco contemporaneo. L’uso di Minecraft in modalità non guidata favorisce creatività spaziale, pianificazione a lungo termine e collaborazione, avvicinandosi più ai modelli cognitivi dei giochi sandbox pre-2000 che ai sistemi di engagement tipici del mobile gaming. La chiave non è il mezzo digitale in sé, ma l’assenza di obiettivi immediati e ricompense frequenti.

All’opposto, analisi su giochi mobile free-to-play basati su progressioni giornaliere e micro-ricompense indicano una correlazione significativa con comportamenti di utilizzo frammentato e riduzione della persistenza su compiti complessi. Questi giochi stimolano decisioni rapide e ripetitive, ma offrono poche occasioni di problem solving autonomo o costruzione creativa originale. La creatività esercitata è prevalentemente combinatoria e, per certi aspetti, semplificata.

Un ulteriore caso rilevante è rappresentato dai giochi narrativi complessi a scelta multipla, come alcuni RPG occidentali, che richiedono memoria narrativa, coerenza decisionale e previsione delle conseguenze. Ricerche su questo genere mostrano un impatto positivo sulla capacità di costruire storie articolate e sul pensiero controfattuale.

Dall’esperienza ludica alla competenza professionale

Negli ultimi quindici anni, il rapporto tra videogiochi e competenze professionali è entrato stabilmente nell’ambito della ricerca educativa, psicologica e organizzativa. Numerosi studi hanno analizzato in che misura le abilità cognitive e metacognitive sviluppate attraverso specifiche tipologie di videogiochi possano essere trasferite a contesti lavorativi complessi, in particolare in ambiti che richiedono gestione di sistemi articolati e coordinamento tra più variabili. Le evidenze indicano che il trasferimento delle competenze non riguarda il videogioco in quanto tale, ma la sua architettura cognitiva.

Giochi basati su simulazione, strategia, gestione di risorse e ambienti complessi sollecitano processi di pianificazione, previsione delle conseguenze, allocazione efficiente delle risorse e adattamento a condizioni mutevoli. Queste stesse abilità risultano centrali in settori professionali come la progettazione ingegneristica, il design di sistemi digitali, lo sviluppo software e la gestione di processi creativi complessi.

Ricerche in ambito educativo mostrano che videogiochi che richiedono decisioni non guidate, obiettivi a medio-lungo termine e tolleranza all’errore favoriscono lo sviluppo del pensiero sistemico e della flessibilità strategica. In questi contesti, il giocatore è costretto a costruire modelli mentali del sistema con cui interagisce, a testare ipotesi, a rivedere le proprie strategie sulla base dei feedback ricevuti. Questo tipo di apprendimento trasferibile non si limita a una competenza specifica, ma rafforza modalità di ragionamento applicabili a problemi nuovi e diverse situazioni.

Videogiochi strutturati attorno a cicli rapidi di azione e ricompensa, con forte guida esterna e obiettivi frammentati, producono benefici più limitati sul piano del trasferimento professionale. Pur allenando rapidità decisionale e reattività, questi ambienti offrono meno occasioni di esercitare pianificazione estesa, gestione dell’incertezza e costruzione autonoma di strategie, elementi fondamentali nei contesti lavorativi ad alta complessità.

Un aspetto rilevante emerso dagli studi organizzativi riguarda la creatività applicata. I videogiochi che simulano sistemi aperti o ambienti narrativi complessi favoriscono la capacità di generare soluzioni originali entro vincoli definiti, una competenza sempre più richiesta nei contesti professionali contemporanei. Il trasferimento, tuttavia, non è automatico e risulta più efficace quando l’esperienza ludica è accompagnata da momenti di riflessione, analisi e contestualizzazione, che consentono di rendere espliciti i processi cognitivi attivati durante il gioco.

Nuovi videogiochi, nuove forme di creatività

Abbiamo visto come le esperienze ludiche che caratterizzano l’ecosistema in cui cresce la Generazione Z tendano a sollecitare forme di creatività diverse rispetto a quelle allenate dai giochi delle generazioni precedenti. Ambienti fortemente guidati, sistemi di ricompensa frequente e strumenti preconfigurati riducono l’esposizione allo sforzo cognitivo prolungato, ma aumentano la capacità di combinare rapidamente elementi, adattarsi a regole mutevoli e produrre variazioni continue a partire da materiali esistenti.

La creatività che ne risulta è prevalentemente adattiva e iterativa: meno orientata alla costruzione lenta di sistemi complessi, più efficace nel remix, nella prototipazione rapida e nella manipolazione simultanea di più stimoli.

I nuovi videogiochi, dunque, non impoveriscono la creatività della Generazione Z, ma la ristrutturano. Allenano una creatività diversa, più reattiva che progettuale, più fluida che stratificata. Comprendere questa trasformazione è essenziale per valutare correttamente il potenziale creativo delle nuove generazioni e per progettare ambienti educativi e professionali capaci di integrare velocità, complessità e visione di lungo periodo, senza contrapporli artificialmente.

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