Diego Armando Maradona non è soltanto uno dei più grandi calciatori della storia. È intoccabile simbolo della memoria nazionale argentina, il santo laico di Napoli, un simbolo politico, marchio globale e corpo pubblico conteso persino dopo la sua scomparsa.
Nato nel 1960 a Villa Fiorito, periferia povera di Buenos Aires, e morto nel 2020, Maradona vive e rappresenta il calcio come pochissimi altri atleti sono riusciti a fare con il proprio sport.
Diego converte la partita in racconto morale, una sconfitta in complotto e il gesto tecnico nella prova di un talento quasi preternaturale e, pertanto, irriducibile alle comuni regole. Nel Mondiale del 1986 segna contro l’Inghilterra il gol più illecito e allo stesso tempo più celebrato del Novecento calcistico. Prima la mano non vista dall’arbitro, poi la corsa che attraversa metà campo e trasforma undici secondi in pura mitologia calcistica.
Con il Napoli Maradona conquista due scudetti, una Coppa UEFA, una Coppa Italia e una Supercoppa. Ma soprattutto offre al Sud una figura capace di sconfiggere, almeno simbolicamente, le geografie economiche italiane. Napoli non lo considera semplicemente un ex calciatore. Lo dipinge sui muri, gli costruisce altari, conserva ciocche di capelli, maglie e fotografie come reliquie. Il nome dello stadio diventa il suo. La sua morte non interrompe il culto, tutt’altro. Lo rende definitivo.
Mondiali 2026: Maradona ricreato con l’IA per una pubblicità di scommesse scatena le polemiche
Una pubblicità della piattaforma di scommesse BetWarrior ha riportato Diego Armando Maradona davanti a una telecamera durante il Mondiale 2026. Non attraverso immagini d’archivio, ma mediante una ricostruzione sintetica del volto e della voce. Nello spot, intitolato Gente con pelotas, Maradona appare con l’aspetto del capitano di Messico ’86 e pronuncia un messaggio promozionale legato alle scommesse sportive. La campagna è stata trasmessa ripetutamente in Argentina, anche durante le pause di idratazione delle partite, trasformando uno degli uomini più riconoscibili del calcio mondiale in un testimonial postumo e involontario.
Le reazioni sono state immediate. Molti utenti hanno contestato sia il linguaggio attribuito al campione sia l’accostamento fra la sua memoria e il gioco d’azzardo, particolarmente delicato in un Paese dove cresce la preoccupazione per le scommesse online fra i più giovani. La controversia non riguarda soltanto la qualità tecnica della ricostruzione. Riguarda il diritto di far pronunciare a una persona che non è più tra noi, parole che non ha mai scelto, a sostegno di un prodotto che non ha mai accettato di promuovere.
L’avvocato Fernando Burlando ha dichiarato che l’operazione sarebbe stata autorizzata dalla famiglia, ma alcune ricostruzioni riportano il dissenso di parte dei figli. La cifra di circa 100.000 dollari versata per i diritti d’immagine è stata pubblicata come indiscrezione dalla stampa. Non risulta però confermata ufficialmente dalla società o dagli eredi e va quindi presentata come tale, non come dato acquisito.
E noi come la pensiamo?
Come scelta editoriale, riteniamo inaccettabile utilizzare l’identità ricostruita di una persona defunta a scopo di lucro quando non esista un suo consenso esplicito, informato e documentabile espresso in vita. La morte non dovrebbe trasformare una celebrità nel testimonial “perfetto” per un brand, ovvero disponibile per sempre, incapace di rifiutare, dissentire o ritirare la propria adesione. La tecnologia può riprodurre un volto, ma non deve fabbricare retroattivamente un consenso.
La nostra intervista impossibile compie un’operazione diversa e lo dichiara apertamente. Non presenta parole generate come autentiche, non presta Maradona a un prodotto e non tenta di sostituire la sua volontà. Utilizza l’intelligenza artificiale come dispositivo narrativo e filosofico per interrogare, a partire dall’analisi accurata di biografie, dichiarazioni pubbliche e materiali documentati, il modo in cui una figura come Maradona avrebbe potuto entrare in contatto con i problemi del presente. La mercificazione del calcio, la resurrezione digitale, i diritti sulla voce, il potere della FIFA e lo sfruttamento commerciale della memoria.

Il Maradona dopo Maradona: l’eternità di un’icona
Maradona aveva compreso molto presto che un giocatore, una volta riconosciuto dal pubblico, diventava simbolo. Tuttavia, il suo rapporto con questa identificazione fu spesso contraddittorio. Cercava la fama e ne denunciava il prezzo, utilizzava la propria notorietà e accusava chi la sfruttava. Era uno dei volti più riconoscibili del pianeta, eppure si considerava un uomo del popolo.
Dopo la sua scomparsa, questa contraddizione si è irrigidita in una questione giuridica. Il nome, la firma, il numero dieci e gli altri segni associati alla sua identità non costituiscono soltanto memoria affettiva. Sono beni commerciali, marchi registrati e diritti contesi. Gli eredi hanno affrontato procedimenti in Europa e nel Regno Unito contro soggetti che rivendicavano la possibilità di utilizzare o registrare il nome e la firma del calciatore. Le decisioni hanno confermato un principio decisivo: la morte non trasforma automaticamente un’identità pubblica in territorio disponibile.
L’intelligenza artificiale rende la questione ancora più intricata. Se un marchio tradizionale può stampare il volto di Maradona su una maglia, una tecnologia generativa può “riportarlo in vita”, farlo muovere e interagire con il pubblico, parlare e pronunciare frasi nuove. Non utilizza soltanto l’immagine ma ne simula una prestazione e una volontà. Con tutte le problematiche etiche annesse.
Perché Maradona è particolarmente adatto alla ricostruzione algoritmica?
Maradona appartiene all’epoca in cui il calcio diventa definitivamente audiovisivo. Le sue azioni esistono sotto forma di riprese televisive, radiocronache, conferenze stampa, documentari e interviste. Le sue prestazioni sono state registrate da ogni angolazione possibile. Il sinistro, la corsa inclinata, le pause, il modo di toccare il pallone, persino le reazioni emotive.
Questo patrimonio rende Maradona particolarmente adatto alla ricostruzione algoritmica. Un’intelligenza generativa può analizzare migliaia di frammenti, apprendere movimenti, intonazioni e ricorrenze linguistiche per poi produrre un’immagine plausibile. Ma plausibile non significa autentica.
Confondere la somiglianza con la continuità
Un volto ricostruito può assomigliare perfettamente a Diego e tuttavia non possedere nulla della sua volontà. Una ricostruzione sintetica può riprodurne il ritmo, l’arroganza, la tenerezza improvvisa e la rabbia verso il potere. Resta però una posizione presa da altri.
Troviamo sia paradossale in quanto Maradona è stato amato proprio perché impossibile da disciplinare, e oggi può essere trasformato nella forma più docile di testimonial. Un uomo che non può contestare un contratto, cambiare idea, arrivare tardi, insultare il committente o rifiutarsi di pronunciare una frase.

Napoli non ricorda Diego: continua a convocarlo
Napoli ha trasformato Maradona in una figura che sfugge alla distinzione fra sport, religione popolare e identità civile. I murales dei Quartieri Spagnoli, gli altarini, le maglie conservate nei bar e il nome assegnato allo stadio non sono semplici strumenti di nostalgia. Costituiscono una presenza urbana. Diego viene invocato durante le vittorie, riappare nei cori, accompagna i turisti e continua a produrre un’enorme economia simbolica.
Il culto nasce da un’identificazione precisa. Maradona era il corpo attraverso cui una città percepita come periferica poteva sfidare il Centro. Napoli gli chiedeva di giocare contro una gerarchia nazionale. Per questo le sue vittorie non venivano vissute come meri risultati sportivi. Erano rivincite sociali.
Questa funzione rende difficile separare la devozione dalla circolazione commerciale della sua immagine. Ogni rappresentazione di Maradona contribuisce a mantenerne viva la memoria e, nello stesso tempo, entra in un sistema economico. Il murale diventa destinazione turistica, la maglia merchandising, l’altare contenuto social. Ma ridurre tutto questo a “sfruttamento” sarebbe ingiusto verso Napoli. La città non ha costruito il culto dopo la sua morte solo per ricavarne valore. Lo aveva già eletto a simbolo quando era vivo, fragile, contraddittorio e spesso sotto accusa.
Maradona, del resto, non ha mai avuto un rapporto innocente con la fama, il denaro o la propria immagine. Sapeva di essere un’icona scomoda e non ha mai finto il contrario. Probabilmente avrebbe riconosciuto anche l’economia nata intorno al proprio mito, purché non cancellasse il sentimento da cui tutto è cominciato.
Diego Armando Maradona risponde oggi: un dialogo immaginato attraverso l’IA
Quella che segue è un’elaborazione narrativa realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, con la quale sono stati analizzati materiali biografici, interviste, dichiarazioni pubbliche e comportamenti documentati di Diego. Non è una testimonianza reale, non contiene parole autentiche e non pretende di stabilire con certezza che cosa Maradona avrebbe pensato o risposto oggi.
È un esperimento critico costruito intorno allo stesso paradosso affrontato dall’articolo: utilizzare l’IA non per sostituire la voce di Maradona né per attribuirgli un consenso commerciale, ma per interrogare, attraverso la sua storia pubblica e le sue contraddizioni, il presente che continua a usare la sua immagine.

Diego, oggi un algoritmo può farti dire ciò che non hai mai detto. Ti sembra immortalità o contraffazione?
Dipende. Se mi fa dire che il gol agli inglesi era regolare, è una tecnologia abbastanza evoluta da capire che il genio è giocare oltre il regolamento e restare nella storia. Se invece usa la mia faccia per vendere qualcosa contro la mia volontà, è un fallo non visto che può valere per il tabellone e per l’incasso, ma che difficilmente supera la prova del tempo.
Il calcio è passato da 32 a 48 squadre. È diventato più mondiale o soltanto più vendibile?
Più squadre significa più bambini che vedono la propria maglia in televisione. Questo è bello. Ma se aggiungi Paesi soltanto per aggiungere sponsor e biglietti, non stai allargando il calcio per la gente.
Diego, l’Italia è rimasta fuori anche da un Mondiale allargato. È un incidente o significa che il calcio italiano ha smesso di produrre un buon gioco?
Se resti fuori una volta, può essere una partita storta. Se resti fuori tre volte, non è più sfortuna. Vuol dire che qualcosa si è rotto. L’Italia ha sempre saputo insegnare a difendere, a leggere la partita, a soffrire, ma oggi sembra avere paura del giocatore che inventa. Lo corregge troppo presto, lo mette in un sistema, gli spiega dove deve stare prima ancora di capire dove può arrivare.
Io sono cresciuto giocando dove il campo non era perfetto e il pallone non rimbalzava due volte nello stesso modo. È lì che impari a risolvere e a usare la testa. Oggi i giocatori non usano la testa perché gliela incastrano negli schemi. Allora puoi avere tutte le scuole calcio che vuoi, ma formerai giocatori sottomessi e timorosi, incapaci di ribaltare un risultato.
Eppure il calcio italiano continua a vivere dei suoi grandi nomi. Anche del tuo.
Ricordare va bene. Anch’io sono un ricordo. Un ricordo deve però accendere qualcosa, non coprire quello che manca. Se usate Baggio, Maldini, Totti o Maradona soltanto per dire che una volta il calcio era più bello, allora non state difendendo la storia, la state usando come scusa per non fare. Il passato serve quando obbliga il presente ad alzare il livello, altrimenti diventa una maglia appesa.
Diego, durante il Mondiale le pause di idratazione sono diventate anche spazi pubblicitari. C’è qualcosa di sbagliato secondo te?
Guadagnare non è mai peccato. Io ho fatto pubblicità e mi sono fatto pagare come era giusto. Ma se fermate la partita per vendere uno spot, non raccontatemi che lo fate soltanto per il calciatore. Dategli l’acqua, proteggetelo dal caldo e fate pure i vostri affari. Però non usate la sua salute per sembrare più buoni. A me il business non dà fastidio, mi dà fastidio l’ipocrisia.
Omar Abdulkadir Artan, premiato come miglior arbitro africano del 2025 e destinato a essere il primo somalo a dirigere un Mondiale, è stato respinto dagli Stati Uniti nonostante disponesse di un visto valido. Le autorità hanno citato generiche «vetting concerns». Che cosa resta del calcio universale, se chi si è guadagnato un posto non può entrarci?
Io questa storia l’ho già vista a Napoli. Tutto l’anno la trattavano come se non fosse parte dell’Italia, poi arrivava Argentina-Italia e pretendevano il tifo per la Nazionale. Gli italiani si ricordavano di Napoli solo quando serviva. Con Artan è uguale. Per FIFA era abbastanza bravo da andare al Mondiale. Alla frontiera, invece, è tornato a essere soltanto un somalo con un passaporto da controllare. Allora non dite che il calcio è di tutti. È di tutti finché qualcuno non decide chi può entrare.
Napoli continua a pronunciare il tuo nome come quello di un santo. Ti ha amato davvero o ti ha solo chiesto di non morire mai?
A Napoli, amare e non lasciarti andare sono la stessa cosa. La città mi ha amato davvero perché lo ha fatto sempre. Quando ero grasso, quando sbagliavo, quando mi chiamavano drogato o delinquente. Questo non lo dimentico. Quando una città ti fa santo, pretende miracoli anche dopo che sei morto. E allora io dico che, se potessi farne ancora uno, lo farei soltanto per Napoli.
Ti riconosci negli altarini e nei murales?
Nei murales sì, perché hanno le crepe. Negli altarini un po’ meno. Io non ero santo. Ero uno che cadeva molto e si rialzava più crepato di prima.
Che differenza c’è fra l’essere ricordati e continuare a essere sfruttati?
Nel ricordo parlano di te perché gli manchi. Nello sfruttamento parlano al posto tuo perché gli servi. Da fuori può sembrare quasi la stessa cosa. La differenza è che nel primo caso ti tengono vivo, nel secondo ti rimettono al lavoro anche da morto.
Ti riconosceresti nel Maradona prodotto dall’intelligenza artificiale?
Mi riconoscerei nella voce e forse nel modo di sorridere, ma Diego non era la somma dei gesti di Diego. Era quello che faceva quando tutti si aspettavano il contrario. L’intelligenza artificiale vuole ricostruire le mie abitudini, ma allora che ha capito? Io ero famoso per tradirle.
Uno schema generato da IA potrebbe ricreare il famoso gol contro l’Inghilterra?
Può ricreare ogni singolo fotogramma, ma non l’inglese che pensa di riuscire a prendermi, o il peso emotivo del 1982 con la guerra delle Falkland e la rabbia argentina. Non può creare né prevedere quel secondo in cui il pallone sembrò fare di testa sua. Può ripetere il suo percorso, ma non la necessità che avevo io di portarlo fino in porta. E, senza questo tipo di fede, non può esserci alcun miracolo come quel gol.
E la Mano de Dios? Una macchina la considererebbe un errore?
Una macchina direbbe fallo di mano. Un argentino direbbe giustizia poetica. Un inglese direbbe furto. Io dico che se il VAR fosse esistito, oggi avreste un mito in meno e una decisione corretta in più. Ditemi voi di cosa sentireste di più la mancanza.
Un’ultima domanda. Che cosa vorresti restasse di Diego?
Il pallone attaccato al piede. Non le cliniche, non i processi, non quelli che si sono arricchiti dicendo di volermi bene e poi mi hanno abbandonato. Solo quel pallone che non cadeva mai.
Articolo a cura di Ilaria De Togni