{"id":11387,"date":"2025-10-24T11:22:57","date_gmt":"2025-10-24T09:22:57","guid":{"rendered":"https:\/\/www.noooagency.com\/?post_type=noooborders&#038;p=11387"},"modified":"2025-11-02T17:51:00","modified_gmt":"2025-11-02T16:51:00","slug":"mcdonalds-e-la-divisa-del-sorriso-che-inizia-a-stare-troppo-stretta","status":"publish","type":"noooborders","link":"https:\/\/www.noooagency.com\/noooborders\/mcdonalds-e-la-divisa-del-sorriso-che-inizia-a-stare-troppo-stretta\/","title":{"rendered":"McDonald\u2019s e la \u201cdivisa del sorriso\u201d che inizia a stare troppo stretta"},"content":{"rendered":"\n<p>Nel panorama attuale delle risorse umane e della comunicazione d\u2019impresa, poche strategie risultano tanto iconiche quanto quella del <strong>sorriso <\/strong>di <strong>McDonald\u2019s<\/strong>. Il gigante planetario del fast food ne ha fatto una cifra identitaria: <strong>il sorriso non come semplice gesto di cortesia, ma come parte stessa della divisa, emblema tangibile di un impegno costante all\u2019ospitalit\u00e0 e alla cura del cliente.<\/strong> Una scelta che ha inciso profondamente sull\u2019immaginario collettivo, trasformando l\u2019atto pi\u00f9 elementare dell\u2019espressione umana in un <strong>dispositivo strategico di branding<\/strong>. <br><br>Ma fino a che punto, oggi, questa imposizione funziona ancora? E soprattutto, quale prezzo paga chi quel sorriso deve indossarlo ogni giorno? Perch\u00e9 se da un lato il volto sempre accogliente favorisce fiducia, fidelizzazione e un\u2019esperienza cliente percepita come positiva, dall\u2019altro l\u2019obbligo di sorridere anche in condizioni di fatica, stress o disagio produce effetti collaterali non trascurabili: aumento della pressione psicologica e rischio di burn-out.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><strong>Service with a Smile:&nbsp;Quando il sorriso \u00e8 performance<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\">\n<p><em>\u00abNon basta compiere correttamente un compito:\u00a0 occorre mostrarlo nel modo giusto.\u00a0<\/em><br><em>La cortesia, in questa logica,\u00a0diventa un parametro di performance,\u00a0al pari di velocit\u00e0 e precisione\u00bb.<\/em><br>Arlie Hochschild<\/p>\n<\/blockquote>\n\n\n\n<p>Il principio del \u201c<em>service with a smile<\/em>\u201d ha radici profonde nella cultura dei servizi e, nel settore del fast food, McDonald\u2019s ne rappresenta l\u2019archetipo pi\u00f9 riconoscibile. A codificarne i meccanismi \u00e8 stata <strong>Robin Leidner<\/strong>, nel volume <strong><em><a href=\"https:\/\/www.amazon.it\/Fast-Food-Talk-Routinization-Everyday\/dp\/0520085000\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Fast Food, Fast Talk: Service Work and the Routinization of Everyday Life<\/a><\/em><\/strong> (1993), in cui descrive come i dipendenti della catena fossero istruiti a salutare il cliente con un sorriso e con un atteggiamento costantemente amichevole, indipendentemente dal proprio stato emotivo. Non un gesto spontaneo, dunque, ma una prescrizione integrata nei manuali aziendali e nello script quotidiano di interazione.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><a href=\"https:\/\/www.amazon.it\/Fast-Food-Talk-Routinization-Everyday\/dp\/0520085000\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"311\" height=\"466\" src=\"https:\/\/www.noooagency.com\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/fastfood_fasttalk.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-11959\"\/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n<p><br>La Leidner documenta come, tra gli anni Ottanta e Novanta, questa regola implicita fosse gi\u00e0 consolidata nei fast food americani. Slogan interni, sessioni di training e manuali operativi prescrivevano<strong> posture positive, saluti standardizzati, sorrisi obbligatori: un facial display codificato, concepito come parte del servizio.<\/strong> In McDonald\u2019s, la regolamentazione delle interazioni faccia a faccia arrivava fino al dettaglio estetico delle espressioni, trasformando il sorriso da segno di autenticit\u00e0 a marchio di fabbrica.<br><br>Questa dinamica si inserisce nel quadro concettuale elaborato gi\u00e0 alla fine degli anni Settanta da <strong>Arlie Hochschild<\/strong>, che coni\u00f2 l\u2019espressione <strong>emotional labor:<\/strong> la gestione professionale delle emozioni e delle espressioni come parte integrante della prestazione lavorativa. Non basta compiere correttamente un compito: <strong>occorre mostrarlo nel modo giusto.<\/strong> La cortesia, in questa logica, diventa un parametro di performance, al pari di velocit\u00e0 e precisione.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><strong>Lo stigma del McJob<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Il termine \u201cMcJob\u201d, comparso negli anni Novanta e consolidatosi nel lessico anglosassone, \u00e8 divenuto un simbolo di svalutazione del lavoro nei fast food. La sua diffusione \u2013 fino a essere registrato nei principali dizionari come <strong>sinonimo di occupazione mal pagata, priva di prospettive e basata su mansioni ripetitive <\/strong>\u2013 ha impresso un marchio difficile da rimuovere. Non si tratta soltanto di una questione salariale: il concetto ingloba l\u2019idea di un\u2019occupazione che richiede standard rigidi di comportamento, inclusi quelli emotivi, senza per\u00f2 restituire reali margini di autonomia, riconoscimento o crescita professionale.<br>Per McDonald\u2019s, leader globale del fast food, la questione non riguarda pi\u00f9 soltanto la qualit\u00e0 del servizio o le metriche di customer satisfaction: <strong>\u00e8 diventata un terreno di confronto diretto con l\u2019opinione pubblica. <\/strong>Le campagne di employer branding, con iniziative locali che raccontano dipendenti come protagonisti di carriere rapide, stipendi puntuali e percorsi di formazione certificata, hanno tentato di ribaltare lo stereotipo del \u201cMcJob\u201d, presentando il ristorante come luogo di lavoro dignitoso e generatore di competenze trasferibili, eppure, nonostante gli sforzi, lo stigma rimane.&nbsp;<br>Da un lato, McDonald\u2019s continua a essere percepito come un trampolino d\u2019ingresso nel mondo del lavoro per i giovani; dall\u2019altro, come simbolo di precariet\u00e0 e di riduzione dell\u2019esperienza umana a un copione standardizzato. \u00c8 qui che il tema del sorriso forzato riemerge con tutta la sua forza polemica: in un clima di crescente attenzione al benessere lavorativo, l\u2019idea di imporre un\u2019emozione come parte della divisa appare oggi pi\u00f9 che mai un\u2019ipocrisia difficile da mascherare.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><strong>Il lavoro emotivo <em>forzato&nbsp;<\/em><\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>In Giappone, il sorriso \u00e8 da decenni un marchio di fabbrica del servizio clienti, al punto da essere trasformato da McDonald\u2019s in slogan: \u201c<strong>Smile for 0 yen\u201d<\/strong>, l\u2019ospitalit\u00e0 gratuita, disponibile in ogni ristorante. Inserito persino nei menu come promessa di accoglienza, <strong>lo slogan venne rilanciato nel 2015<\/strong> dopo un periodo di assenza, a testimonianza del suo valore simbolico. Ma quello che per lungo tempo \u00e8 stato percepito come un gesto rassicurante ha finito per <strong>dividere l\u2019opinione pubblica<\/strong>: sui social, molti continuano a considerarlo uno standard di servizio apprezzabile, mentre crescono le critiche che lo bollano come <strong>esempio di lavoro emotivo forzato<\/strong>, ossia la richiesta al personale di reprimere emozioni autentiche per mostrare un atteggiamento sempre positivo.<br>La pressione a sorridere in ogni circostanza \u00e8 stata negli ultimi anni messa in discussione per i suoi effetti psicologici, con un carico mentale che rischia di trasformare la cortesia in stress psicofisico.\u00a0Secondo i dati diffusi da McDonald\u2019s Japan,<strong> oltre il 60% dei dipendenti ha meno di 24 anni, e proprio tra i giovani la pratica del sorriso obbligatorio viene percepita come un ostacolo a candidarsi.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1200\" height=\"630\" src=\"https:\/\/www.noooagency.com\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/McDonalds_smile_NOOOBorders.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-11971\"\/><\/figure>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><strong>McDonald\u2019s Japan e il successo della campagna \u201cNo Smiles\u201d<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Nel <strong>2023 <\/strong>McDonald\u2019s Japan ha scelto di sfidare uno dei suoi simboli pi\u00f9 radicati, quel \u201c<strong>Smile for 0 yen<\/strong>\u201d che per decenni aveva incarnato l\u2019idea di accoglienza a costo zero, e lo ha fatto con una campagna dal titolo eloquente: <strong>\u201cNo Smiles\u201d. <\/strong>Non una negazione polemica, ma una provocazione semantica pensata per dialogare con la Generazione Z, pi\u00f9 sensibile ai temi dell\u2019autenticit\u00e0 e meno disposta a indossare maschere emotive sul posto di lavoro.<br><br>Il progetto ha lanciato un messaggio in controtendenza: <strong>non tutti i ruoli richiedono un sorriso costante, e la professionalit\u00e0 non coincide con l\u2019obbligo di mostrare un volto sempre compiaciuto.<\/strong> <br><br>A rafforzare questa presa di posizione \u00e8 stata la collaborazione con la cantante <strong>Ano<\/strong>, la cui canzone <em><strong>&#8220;Smile Agenai<\/strong>&#8221; <\/em>(&#8220;<em>non ti do un sorriso<\/em>&#8220;), esprimeva con chiarezza il nuovo paradigma: <strong>\u00ab<\/strong><em>Va bene iniziare da ci\u00f2 che sai fare, senza forzarti<\/em><strong>\u00bb.<\/strong><br><br>Una dichiarazione che ha intercettato con precisione la ricerca di autenticit\u00e0 dei giovani lavoratori.<br>L\u2019effetto \u00e8 stato immediato. Sul fronte ufficiale, McDonald\u2019s Japan ha attribuito a <strong>No Smiles<\/strong> un impatto diretto sull\u2019attrattivit\u00e0 del lavoro tra i giovani: <strong>nel 2023 le candidature complessive per le posizioni da \u201ccrew\u201d sono cresciute del +115% su base annua<\/strong>, secondo i dati diffusi dall\u2019azienda. Lo stesso comunicato sottolineava l\u2019intento di promuovere la \u201cdiversit\u00e0 dei modi di lavorare\u201d, valorizzando la possibilit\u00e0 per ciascuno di portare s\u00e9 stesso all\u2019interno del servizio. E, nel<strong> 2025<\/strong>, l\u2019azienda ha ribadito che<strong> l\u2019effetto positivo sul recruiting si \u00e8 consolidato <\/strong>e ha precisato che<strong> circa il 60% della forza lavoro nei ristoranti \u00e8 oggi costituito da under-24.<\/strong><br><br>Come ha spiegato l\u2019azienda, <strong>\u00ab<\/strong><em>abbiamo aggiornato il valore di \u2018Smile for 0 yen\u2019 per adattarlo ai tempi: il sorriso resta un gesto di ospitalit\u00e0, ma vogliamo anche mostrare empatia verso i sentimenti dei giovani<\/em><strong>\u00bb.<\/strong>&nbsp;Con \u201cNo Smiles\u201d (<strong>\u30b9\u30de\u30a4\u30eb\u3042\u3052\u306a\u3044<\/strong>), McDonald\u2019s Japan ha ridefinito cos\u00ec il proprio employer branding: <strong>non pi\u00f9 il sorriso come obbligo uniforme, ma come scelta personale, restituita alla libert\u00e0 del lavoratore.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio\"><div class=\"wp-block-embed__wrapper\">\n<iframe loading=\"lazy\" title=\"MCDONALD&#039;S No Smiles Case Film\" width=\"500\" height=\"281\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/OJRfSc36xkw?feature=oembed&#038;enablejsapi=1&#038;origin=https:\/\/www.noooagency.com\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share\" referrerpolicy=\"strict-origin-when-cross-origin\" allowfullscreen><\/iframe>\n<\/div><\/figure>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><strong>Dal \u201cWork with your smile\u201d&nbsp;al \u201cWork with your style\u201d<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Nei case-study diffusi da <a href=\"https:\/\/www.hakuhodo-global.com\/work\/no-smiles.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>TBWA\\Hakuhodo<\/strong><\/a> e dalle piattaforme che hanno premiato la campagna, emerge un dettaglio significativo: prima di lanciare \u201cNo Smiles\u201d, McDonald\u2019s Japan avrebbe rivisto in profondit\u00e0 criteri di selezione e manuali operativi, con l\u2019obiettivo dichiarato di<strong> rendere l\u2019ambiente pi\u00f9 vicino alle sensibilit\u00e0 della Generazione Z.<\/strong> Il passaggio chiave \u00e8 semantico ma sostanziale: dall\u2019imperativo \u201c<em>Work with your smile<\/em>\u201d alla formula pi\u00f9 inclusiva <strong>\u201c<\/strong><em>Work with your style<\/em><strong>\u201d.<\/strong> Non si tratta di un abbandono del sorriso in senso assoluto, ma della rimozione del suo carattere prescrittivo: il volto disteso non come obbligo performativo, bens\u00ec come <strong>scelta autentica e libera espressione individuale.<\/strong><br><\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><strong>Customer Harassment:&nbsp;quando l\u2019obbligo del sorriso diventa molestia<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Pu\u00f2 un semplice <strong>\u00ab<\/strong><em>per favore, sorridi<\/em><strong>\u00bb<\/strong> rivolto al personale di un negozio configurarsi come una forma di molestia? In Giappone la risposta non \u00e8 univoca, ma il dibattito \u00e8 ormai acceso. Un sondaggio recente ha rivelato che <strong>il 45,7% degli intervistati considera questa pratica una forma di \u201ccustomer harassment\u201d, <\/strong>termine che identifica comportamenti invadenti o vessatori da parte dei clienti verso i lavoratori.<br>Perfino aziende che per decenni hanno promosso il sorriso come standard irrinunciabile del servizio stanno iniziando a riconsiderarne il valore. Nell\u2019aprile scorso, diverse municipalit\u00e0 \u2013 tra cui Tokyo \u2013 hanno introdotto ordinanze specifiche contro la customer harassment, rafforzando le misure di tutela.<br>Resta tuttavia da capire quanto questa nuova sensibilit\u00e0 sia realmente interiorizzata dall\u2019opinione pubblica.<br>Il sondaggio, condotto a marzo dalla societ\u00e0 <strong>Helpfeel Inc.<\/strong> di Kyoto \u2013 sviluppatrice di strumenti digitali per il customer service \u2013 ha coinvolto <strong>1.070 cittadini giapponesi tra i 20 e i 60 anni. <\/strong>Agli intervistati \u00e8 stato chiesto di valutare dieci scenari tipici del rapporto con il personale nei negozi, stabilendo se potessero essere considerati o meno forme di molestia.<br>L\u2019atto di chiedere al personale di sorridere ha diviso nettamente le opinioni: se, come abbiamo visto, il 45,7% lo ha giudicato inaccettabile, il restante<strong> 54,3% non lo ha ritenuto problematico.<\/strong> Curiosamente, non sono emerse differenze significative tra le diverse fasce d\u2019et\u00e0, a testimonianza di una frattura culturale pi\u00f9 che generazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 la prima volta che Helpfeel indaga il fenomeno. Gi\u00e0 nell\u2019ottobre dell\u2019anno precedente, un\u2019indagine simile aveva evidenziato come molte persone percepissero come molesto anche il semplice invito a \u201cessere pi\u00f9 gentili\u201d. Per questo, nell\u2019ultima rilevazione \u00e8 stato incluso esplicitamente il \u201csorriso\u201d come esempio paradigmatico di comportamento atteso.Commentando i risultati, un rappresentante di Helpfeel ha osservato: <strong>\u201cMolti pensano che i dipendenti provino una resistenza crescente all\u2019essere costretti a mantenere un atteggiamento di servizio costantemente positivo.\u201d<\/strong> Un segnale chiaro che l\u2019idea del sorriso obbligatorio non \u00e8 pi\u00f9 percepita come un gesto neutro, ma come una pressione psicologica che rischia di oltrepassare la soglia del rispetto.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><strong>McDonald\u2019s Italia: tra spot occupazionali e storytelling del lavoro<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Se in Giappone la svolta \u00e8 stata netta \u2013 con l\u2019abolizione del sorriso obbligatorio e la nascita della campagna \u201cNo Smiles\u201d, pensata per liberare i giovani lavoratori dalla maschera emotiva \u2013 in Italia non si \u00e8 mai arrivati a una simile radicalit\u00e0. Le campagne di McDonald\u2019s sul nostro territorio non hanno messo al centro il dibattito sull\u2019emotional labor, ma hanno piuttosto puntato a <strong>trasformare il lavoro stesso in narrazione pubblicitaria<\/strong>.<br>Tra il 2012 e il 2014 McDonald\u2019s Italia inaugura infatti una strategia comunicativa che intreccia marketing e risorse umane, trasformando i dipendenti in veri e propri protagonisti di brand storytelling. Il caso pi\u00f9 emblematico \u00e8 <strong>The Ice Cream Song<\/strong>, video diffuso sui canali ufficiali e corredato da un backstage, in cui i <strong>crew reali <\/strong>cantano e inscenano momenti di servizio: un utilizzo esplicito del personale come <strong>media asset<\/strong>, pensato per generare coinvolgimento e rafforzare la percezione di vicinanza al brand.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio\"><div class=\"wp-block-embed__wrapper\">\n <iframe loading=\"lazy\" title=\"The ice cream song\" width=\"500\" height=\"281\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/F7bziZIWCg0?feature=oembed&#038;enablejsapi=1&#038;origin=https:\/\/www.noooagency.com\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share\" referrerpolicy=\"strict-origin-when-cross-origin\" allowfullscreen><\/iframe>\n<\/div><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Questa iniziativa pu\u00f2 essere letta come esempio di <strong>testo espanso<\/strong> <strong>multicanale<\/strong>: video, materiali punto vendita e contenuti digitali convergono all\u2019interno di un unico frame narrativo, dove la frontline non rimane dietro le quinte ma diventa parte integrante dell\u2019icona di marca. Non si promuove un singolo prodotto, ma la capacit\u00e0 del brand di<strong> mettere in scena il lavoro <\/strong>stesso dentro il ristorante, con una regia coerente ai linguaggi e alle metriche dei media sociali.&nbsp;Non siamo dunque avanguardisti come il Giappone nel riconsiderare il costo psicologico del sorriso imposto; ma l\u2019Italia ha sperimentato un\u2019altra forma di ibridazione: <strong>il passaggio dal prodotto al lavoratore come asset narrativo. <\/strong>Qui l\u2019employer branding non ha cercato di allentare pressioni emotive, bens\u00ec di <strong>valorizzare il dipendente<\/strong> come simbolo di prossimit\u00e0 e strumento di engagement.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><strong>Il costo invisibile del sorriso<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Per valutare davvero l\u2019efficacia della strategia del <strong>\u201csorriso a ogni costo\u201d<\/strong> non basta misurarne l\u2019impatto sul cliente: occorre indagare le ricadute sui lavoratori e, di riflesso, sulla reputazione stessa del brand come datore di lavoro. Le ricerche di psicologia organizzativa lo dimostrano con chiarezza: l\u2019emotional labor prolungato \u2013 l\u2019obbligo di esibire emozioni non coerenti con lo stato interiore \u2013 genera dissonanza emotiva, aumentando i livelli di stress, il rischio di burnout e l\u2019assenteismo (<em>Brotheridge &amp; Grandey, 2002; H\u00fclsheger &amp; Schewe, 2011).<\/em>&nbsp;<br><br>Nelle catene di ristorazione veloce, segnate da ritmi serrati e margini di autonomia ridotti, il sorriso imposto si configura come un vero e proprio fattore di rischio psicosociale.<br>Dal punto di vista aziendale, i vantaggi immediati sono indiscutibili: un sorriso standardizzato migliora la percezione di cordialit\u00e0, innalza gli indici di customer satisfaction e rafforza l\u2019immagine di un servizio familiare e accessibile. Ma il conto, meno visibile, si paga altrove: turnover elevato, costi costanti di formazione per rimpiazzare chi lascia, e un potenziale danno reputazionale quando l\u2019azienda viene percepita come insensibile al benessere del personale. Non a caso rapporti dell\u2019<strong>International Labour Organization <\/strong>e di enti nazionali per la salute sul lavoro hanno pi\u00f9 volte segnalato la correlazione fra pressione emotiva e difficolt\u00e0 di retention nei settori a forte esposizione al pubblico.<br><br>Il modello pu\u00f2 reggere solo entro condizioni precise: supporto organizzativo adeguato, percorsi di crescita chiari, politiche di tutela del benessere e la possibilit\u00e0 per i dipendenti di vivere il sorriso non come imposizione, ma come parte di una cultura di servizio condivisa. Laddove questi elementi mancano, il beneficio immediato per il cliente evapora rapidamente, sostituito da un ciclo di insoddisfazione interna che finisce per incrinare la stessa immagine esterna del marchio.<br><br><br><em><strong>Articolo a cura di Ilaria De Togni<\/strong><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se da un lato il volto sempre accogliente favorisce fiducia, fidelizzazione e un\u2019esperienza cliente percepita come positiva, dall\u2019altro l\u2019obbligo di sorridere anche in condizioni di stress produce effetti collaterali non trascurabili.<\/p>\n","protected":false},"featured_media":11997,"template":"","tags":[],"cat_borders":[270],"class_list":["post-11387","noooborders","type-noooborders","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","cat_borders-cultura-e-societa"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.noooagency.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/noooborders\/11387","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.noooagency.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/noooborders"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.noooagency.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/types\/noooborders"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.noooagency.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media\/11997"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.noooagency.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=11387"}],"wp:term":[{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.noooagency.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=11387"},{"taxonomy":"cat_borders","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.noooagency.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/cat_borders?post=11387"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}